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 2017  aprile 04 Martedì calendario

Operazione «città morta». Guyana chiusa (contro Parigi)

PARIGI I «cinquecento fratelli contro la delinquenza» dal volto mascherato si sono incaricati ieri di fare rispettare la chiusura straordinaria decisa la sera prima dal collettivo «Pou La Gwiyann dékole», «perché la Guyana decolli» in creolo: chi si ostinava a tenere aperto avrebbe avuto il negozio distrutto. Operazione «città morta», così l’hanno chiamata. Ma la protesta che da settimane blocca il capoluogo Caienna e tutta la Guyana non ha granché bisogno di intimidazioni. Gran parte della popolazione, imprenditori, sindacati e anche gli eletti locali sono d’accordo nel manifestare contro il governo di Parigi che a loro dire, da decenni, li ha abbandonati.
La Guyana è un pezzo di Francia e di Unione Europea in America Latina, una regione e un dipartimento grandi come il Portogallo ma con la popolazione di Bordeaux, il luogo dove Napoleone III istituì i bagni penali, nelle terre allora chiamate «della grande punizione» raccontate in Papillon con Dustin Hoffman e Steve McQueen. Da metà Ottocento a oggi le cose sono andate meglio, ma non quanto avrebbero dovuto. La Guyana è il più lungo confine francese al mondo (con il Brasile) raffigurato pure nelle banconote dell’euro e sede di un centro di avanguardia aereospaziale, la base di Kourou da dove, prima dell’inizio della protesta, partivano i razzi Ariane destinati a mettere in orbita preziosi satelliti.
Ora anche i razzi sono fermi, come i treni, i camion dei fornitori e gli aerei dell’Air France che non collegano più la Guyana alla Metropoli. I supermercati cominciano a essere vuoti ma il collettivo non vuole cedere: il miliardo di euro di investimenti promesso da Parigi non basta, l’obiettivo è più che doppio. «Ma è impossibile promettere un piano di emergenza da 2,5 miliardi di euro» ha detto ieri il primo ministro francese Bernard Cazeneuve, anche se il suo governo è destinato a cadere con l’elezione presidenziale del 7 maggio e quindi potrebbe facilmente scaricare la grana sul successore.
I «cinquecento fratelli» sono una specie di milizia disarmata che raccoglie ex poliziotti, agenti di sicurezza e si dice anche qualche piccolo criminale felice di avere un ruolo riconosciuto. Sono la parte più visibile di un movimento popolare che lotta contro l’insicurezza provocata dalla delinquenza, a sua volta frutto di una situazione economica e sociale incomparabile con il resto della Francia: tasso di disoccupazione al 22 per cento (11% nella Metropoli), salari del 30% più bassi, prodotti alimentari più cari del 40%, immigrazione fuori controllo (gli stranieri rappresentano circa il 35% della popolazione contro il 6,4 nella Francia europea). Il risultato è che il tasso di omicidi è di 17 per 100 mila abitanti, 14 volte di più che nella Metropoli, peggio della Sierra Leone o del Ciad. Poche scuole, e pochi ospedali privi di mezzi.
La protesta è esplosa adesso perché questo è il momento in cui i politici francesi si ricordano della Guyana: siamo in campagna elettorale, e il viaggio nel dipartimento d’oltremare è d’obbligo. Anche per Marine Le Pen, che qualche giorno fa ha detto di non volere incoraggiare il blocco, «ma le ragioni di chi protesta sono comprensibili». La crisi della Guyana è anche un imbarazzante colpo al sogno universalistico della Francia, a quell’idea di essere liberi, fraterni e uguali da Saint Pierre et Miquelon nell’Atlantico alla Foresta amazzonica.