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 2017  aprile 04 Martedì calendario

I 4 fronti dello Zar

WASHINGTON La Russia, un gigante con una storia marcata dal terrore. A volte ambiguo, come per le esplosioni negli appartamenti di Mosca nel 1999, attribuiti ai ceceni ma per i quali si è sempre sospettato un «lavoro interno». In altre occasioni gli assassini hanno operato in modo netto, con il martirio dei bambini di Beslan nel 2003. Nel mezzo le vittime soffocate dai gas nel teatro Dubrovka, le bombe sugli aerei e sui bus, le vedove nere, i kamikaze, gli attentati contro civili inermi. Vent’anni dove le piste dell’estremismo si sono intrecciate con i giochi del Cremlino. Lo spartito non è cambiato, sono solo aumentati i fronti.
Ritorsione per la Siria
Il primo è quello «lontano». L’intervento russo in Siria ha scatenato contraccolpi violenti. Per i jihadisti di Isis e al Qaeda Mosca è diventata ancora più nemica. Così si sono vendicati, distruggendo il Metrojet nel cielo del Sinai, abbattuto – dicono – da un ordigno infilato nella stiva. Ad Ankara hanno assassinato l’ambasciatore di Mosca. Messaggi per sottolineare che ogni mossa ha un prezzo. A farlo pagare gli islamisti, da soli o con la mano interessata di qualche servizio arabo.
La filiera caucasica
Il secondo fronte è alla periferia dell’Impero, nel Caucaso. Il Daghestan e altre zone fanno da teatro ad una ribellione tenace. Sono gli eredi della lotta cecena, continuatori del sogno di Osama e Zawahiri di sfondare tra questi monti, oggi pronti a fare da sponda ai piani del Califfato. La pericolosità del fenomeno sta nella sua doppia natura: è locale, però capace di muoversi lungo direttrici che portano, da un lato, al Medio Oriente, dall’altro alle stesse città russe. I militanti si muovono, stabiliscono collegamenti, ritornano in patria creando il terzo segmento.
I foreign fighters
Per i servizi di sicurezza sono quasi 5 mila i volontari che si sono uniti a fazioni radicali attive dalla Siria all’Iraq. Un buon numero ha aderito all’Isis diventando la forza d’urto. Non pochi sono confluiti invece nella realtà qaedista, della ex al Nusra. È un bacino dove la Jihad per l’insurrezione siriana si unisce alla campagna internazionale. Un legame che si alimenta dell’odio provocato dai massacri dei civili ad Aleppo, Homs e Hama. Se bombardi in modo indiscriminato un quartiere non puoi pensare che il nemico dimentichi. Infatti hanno minacciato azioni in Russia.
La filiera «caucasica» è molto temuta. È la copia di quella franco-belga, con dirigenti che occupano posizioni nelle gerarchie del movimento ma anche mujaheddin che devono eseguire gli ordini. È un network che ha già ferito la Turchia, dove hanno agito i «soldati» del ceceno Ahkmad Chataev, presunta mente del massacro all’aeroporto di Istanbul, luglio 2016. Qualche mese dopo è stato di nuovo un figlio di una ex Repubblica sovietica a sparare con il kalashnikov sui clienti del night club nella città del Bosforo. A conferma che la componente ha assunto un ruolo primario.
Strategia della tensione
La guerra dichiarata dagli islamisti non ha però cancellato l’eterna teoria della strategia della tensione per favorire Putin. È il quarto fronte sospinto dai contrasti politici – molto intensi —, dagli intrighi, dagli oppositori fatti fuori e dal sospetto che attribuisce manovre all’uomo forte al fine di consolidare ancora di più il proprio potere. Nella stagione delle molte verità c’è spazio anche per questa.