Corriere della Sera, 4 aprile 2017
Boato dentro il vagone, colpita San Pietroburgo. «È stato un kamikaze»
MOSCA Dopo aver puntato su un uomo con barba e zucchetto islamico ripreso dalle telecamere di sicurezza all’interno e all’esterno della metropolitana di San Pietroburgo, ora gli inquirenti sono convinti che l’autore dell’attentato di ieri sarebbe un giovane votato al suicidio: secondo Fontanka, il portale di San Pietroburgo, sarebbe stato il 22enne Maxim Arishev, originario del Kazakistan, ad aver portato sul vagone della linea blu una bomba con trecento grammi di esplosivo, bulloni, chiodi e altri pezzi di ferro destinati a fare più vittime possibili. Poco prima avrebbe lasciato un altro ordigno (inesploso) alla stazione di Ploshchad Vosstaniya.
Indossava occhiali, una giacca marrone, un cappello blu e portava uno zainetto, quando è salito sul convoglio. Verso le 14.30, per fortuna non un’ora di punta, la bomba è scoppiata mentre il treno si trovava tra due stazioni. L’ordigno era abbastanza vicino a una delle porte che è stata divelta dall’onda d’urto.
I frammenti metallici sono volati in tutte le direzioni, colpendo decine di persone. Ieri sera undici passeggeri erano deceduti, mentre altri 46 erano stati ricoverati in condizioni più o meno gravi. Fumo ovunque e anche un principio di incendio. Il macchinista ha proseguito la corsa del treno fino alla stazione successiva, consentendo così ai passeggeri che ancora potevano muoversi di uscire e fuggire. Poi si è cominciato a prestare soccorso ai feriti che giacevano dappertutto.
Pochi minuti dopo un altro ordigno nascosto in un estintore veniva trovato in un’altra stazione, quella dove si scende anche per prendere poi il treno per Mosca.
Non è chiaro se la seconda bomba, molto più grande e micidiale della prima (gli inquirenti parlano di un chilo di esplosivo), sia stata disinnescata prima dell’esplosione o se invece fosse difettosa.
Gli investigatori ricercavano inizialmente un uomo con la barba che era stato ripreso anche da vicino, ma il sospettato si è poi presentato alle autorità dichiarando di essere estraneo ai fatti. Poi si è rafforzata via via l’ipotesi di un attentatore suicida.
La metropolitana di San Pietroburgo è stata subito chiusa dopo l’esplosione mentre a Mosca venivano rafforzate le misure di sicurezza. Bisogna dire che è molto difficile tenere sotto controllo mezzi di trasporti di questo tipo. A San Pietroburgo ogni giorno transitano quasi tre milioni di passeggeri e a Mosca sei milioni.
All’ingresso delle stazioni ci sono poliziotti ed è obbligatorio passare sotto un metal detector. Ma tutti vanno di corsa, i detector suonano in continuazione ma gli agenti si limitano a fermare i passeggeri con borsoni particolarmente voluminosi e, in generale, con fattezze caucasiche. Piccoli pacchi e borsette non sono degni di attenzione nel caos generale.
È la prima volta che un attentato del genere viene eseguito nella città sul Baltico. Altre volte erano state prese di mira Mosca e, naturalmente, le città russe «in prima linea» nel Caucaso, da Grozny a Ma-khachkalà in Daghestan. La presenza del presidente Vladimir Putin a San Pietroburgo (per incontrare il leader bielorusso Lukashenko) potrebbe aver fatto decidere agli attentatori di colpire la città che, probabilmente, era anche meno preparata ad eventi simili.
Se sarà confermata, la pista privilegiata dagli inquirenti punta direttamente a quell’estremismo islamico «di casa» che è pure legato indissolubilmente ai fatti internazionali, all’intervento della Russia in Siria, alla presenza nelle file dell’Isis di migliaia di combattenti caucasici andati lì dopo la fine ingloriosa della guerra cecena. Ora, come ha avvertito nei mesi scorsi lo stesso Putin, sono pronti a tornare in patria e anche in Europa dopo aver fatta ampia esperienza sul campo.
L’attentato arriva anche all’indomani delle manifestazioni dell’opposizione che hanno creato una qualche difficoltà al potere. Una Russia nuovamente sotto attacco terroristico si stringerà inevitabilmente attorno al suo leader. In una situazione simile, per i vari Navalny sarà sempre più difficile attaccare «il presidente di tutti». E Putin risponderà con decisione all’attacco, sia in Russia che in Siria. Il tono di quella che potrebbe essere la campagna antiterroristica l’ha dato ieri l’uomo forte di Putin nel Caucaso, Ramzan Kadyrov, presidente della Cecenia pacificata (in un modo o nell’altro): «Sono creature disumane... non meritano compassione. Bisogna colpirli non solo in maniera dura ma anche spietata».