La Stampa, 4 aprile 2017
La jihad islamica e le tre tattiche di Putin
Se l’esplosione che ha colpito la città nativa di Putin, in un giorno in cui il presidente russo vi si trovava in visita, sia opera del terrorismo di matrice jihadista, come ormai da qualche anno si sospetta istintivamente dopo ogni attentato in qualsiasi angolo del mondo, non è dato saperlo al momento. Certo è che, se lo fosse, sarebbe la tragica ma praticamente naturale evoluzione della parabola jihadista in terra russa.
Il fondamentalismo islamico arriva in Russia e nei Paesi circostanti con il crollo dell’Unione Sovietica. Predicatori e organizzazioni wahhabite finanziate dai petrodollari del Golfo Arabo importano un’interpretazione della fede totalmente estranea a quella storicamente adottata pre-comunismo dalle popolazioni locali: tollerante, aperta ad altre fedi e con forti tendenze mistiche e sufi.
Dagli Anni 90 network di moschee e scuole coraniche fondamentaliste crescono come funghi nel Caucaso, nelle repubbliche dell’Asia Centrale, ma anche nel cuore della Russia (stupisce come dato, ma Mosca è la città europea con la più grande popolazione musulmana, circa due milioni, perlopiù immigrati dalle periferie dell’ex impero russo).
Ricalcando dinamiche viste nei Balcani o in Africa sub-Sahariana, l’islam tradizionale della regione ha fatto fatica a competere con il fondamentalismo di importazione, sia per via di un forte gap di risorse sia per gli attacchi, verbali e fisici, da parte degli adepti del wahhabismo.
L’inevitabile prodotto di questo cambiamento teologico è la crescente mobilitazione di tipo jihadista nella regione. Già negli Anni 90 la guerriglia cecena, nata inizialmente come puramente nazionalista, aveva assunto toni sempre più religioso-fondamentalisti. Una parte, minoritaria ma importante, assunse presto ideologia, tattiche (inclusi attentati suicidi e drammatiche esecuzioni di ostaggi) e obiettivi propri non del nazionalismo ceceno, ma del jihadismo globale, creando anche legami operativi col mondo di al Qaeda. Ed il fenomeno si è esteso presto a tutto il Caucaso, regione economicamente depressa e malgovernata insanguinata da una insorgenza islamista di bassa intensità ma comunque difficile da estirpare.
Negli ultimi anni Putin aveva tenuto la situazione sotto controllo attraverso l’utilizzo di tre tattiche. In primis, aveva stretto alleanze con gli uomini forti delle province russe a maggioranza musulmana. Usando tattiche spesso di una brutalità inusitata, leader come Kadyrov in Cecenia sono infatti riusciti a limitare la minaccia jihadista nei loro territori. A fronte dell’utilizzo della forza con i jihadisti, Putin ha anche cercato di aprire un dialogo con l’islam moderato nei suoi territori, rafforzandone i leader e spingendo un messaggio di inclusione nella società russa.
Il terzo tassello della pax putiniana contro il jihadismo made in Russia è stato quello di vedere, cinicamente, il conflitto siriano come una valvola di sfogo per potenziali jihadisti. L’antiterrorismo russo ha infatti spinto molti jihadisti locali a migrare nei territori del Califfato, dove i foreign fighter con passaporto russo (stimati attorno ai 5000) svolgono un ruolo di primaria importanza.
La mossa non ha brillato per lungimiranza, visto come il conflitto siriano sia poi divenuta palestra per jihadisti con brame globali. E non deve sorprendere quindi che militanti dell’area ex Urss si siano resi protagonisti negli ultimi mesi di una lunga serie di attentati in vari Paesi, in particolare in Turchia. Stupisce solo che un attentato in Russia- se la matrice jihadista per l’attentato di San Pietroburgo verrà confermata – sia arrivato solo ora. Se infatti la manovalanza abbonda, non mancano nemmeno le motivazioni per cui il movimento jihadista vuole attaccare la Russia. Oltre alle mai sopite dinamiche interne, l’intervento russo in Siria, unico vero ostacolo all’avanzata dello Stato Islamico, costituisce un movente enorme, cosa che la propaganda del gruppo da mesi ribadisce incitando i propri adepti a vendicarsi contro Putin.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Se l’esplosione che ha colpito la città nativa di Putin, in un giorno in cui il presidente russo vi si trovava in visita, sia opera del terrorismo di matrice jihadista, come ormai da qualche anno si sospetta istintivamente dopo ogni attentato in qualsiasi angolo del mondo, non è dato saperlo al momento. Certo è che, se lo fosse, sarebbe la tragica ma praticamente naturale evoluzione della parabola jihadista in terra russa.
Il fondamentalismo islamico arriva in Russia e nei Paesi circostanti con il crollo dell’Unione Sovietica. Predicatori e organizzazioni wahhabite finanziate dai petrodollari del Golfo Arabo importano un’interpretazione della fede totalmente estranea a quella storicamente adottata pre-comunismo dalle popolazioni locali: tollerante, aperta ad altre fedi e con forti tendenze mistiche e sufi.
Dagli Anni 90 network di moschee e scuole coraniche fondamentaliste crescono come funghi nel Caucaso, nelle repubbliche dell’Asia Centrale, ma anche nel cuore della Russia (stupisce come dato, ma Mosca è la città europea con la più grande popolazione musulmana, circa due milioni, perlopiù immigrati dalle periferie dell’ex impero russo).
Ricalcando dinamiche viste nei Balcani o in Africa sub-Sahariana, l’islam tradizionale della regione ha fatto fatica a competere con il fondamentalismo di importazione, sia per via di un forte gap di risorse sia per gli attacchi, verbali e fisici, da parte degli adepti del wahhabismo.
L’inevitabile prodotto di questo cambiamento teologico è la crescente mobilitazione di tipo jihadista nella regione. Già negli Anni 90 la guerriglia cecena, nata inizialmente come puramente nazionalista, aveva assunto toni sempre più religioso-fondamentalisti. Una parte, minoritaria ma importante, assunse presto ideologia, tattiche (inclusi attentati suicidi e drammatiche esecuzioni di ostaggi) e obiettivi propri non del nazionalismo ceceno, ma del jihadismo globale, creando anche legami operativi col mondo di al Qaeda. Ed il fenomeno si è esteso presto a tutto il Caucaso, regione economicamente depressa e malgovernata insanguinata da una insorgenza islamista di bassa intensità ma comunque difficile da estirpare.
Negli ultimi anni Putin aveva tenuto la situazione sotto controllo attraverso l’utilizzo di tre tattiche. In primis, aveva stretto alleanze con gli uomini forti delle province russe a maggioranza musulmana. Usando tattiche spesso di una brutalità inusitata, leader come Kadyrov in Cecenia sono infatti riusciti a limitare la minaccia jihadista nei loro territori. A fronte dell’utilizzo della forza con i jihadisti, Putin ha anche cercato di aprire un dialogo con l’islam moderato nei suoi territori, rafforzandone i leader e spingendo un messaggio di inclusione nella società russa.
Il terzo tassello della pax putiniana contro il jihadismo made in Russia è stato quello di vedere, cinicamente, il conflitto siriano come una valvola di sfogo per potenziali jihadisti. L’antiterrorismo russo ha infatti spinto molti jihadisti locali a migrare nei territori del Califfato, dove i foreign fighter con passaporto russo (stimati attorno ai 5000) svolgono un ruolo di primaria importanza.
La mossa non ha brillato per lungimiranza, visto come il conflitto siriano sia poi divenuta palestra per jihadisti con brame globali. E non deve sorprendere quindi che militanti dell’area ex Urss si siano resi protagonisti negli ultimi mesi di una lunga serie di attentati in vari Paesi, in particolare in Turchia. Stupisce solo che un attentato in Russia- se la matrice jihadista per l’attentato di San Pietroburgo verrà confermata – sia arrivato solo ora. Se infatti la manovalanza abbonda, non mancano nemmeno le motivazioni per cui il movimento jihadista vuole attaccare la Russia. Oltre alle mai sopite dinamiche interne, l’intervento russo in Siria, unico vero ostacolo all’avanzata dello Stato Islamico, costituisce un movente enorme, cosa che la propaganda del gruppo da mesi ribadisce incitando i propri adepti a vendicarsi contro Putin.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Se l’esplosione che ha colpito la città nativa di Putin, in un giorno in cui il presidente russo vi si trovava in visita, sia opera del terrorismo di matrice jihadista, come ormai da qualche anno si sospetta istintivamente dopo ogni attentato in qualsiasi angolo del mondo, non è dato saperlo al momento. Certo è che, se lo fosse, sarebbe la tragica ma praticamente naturale evoluzione della parabola jihadista in terra russa.
Il fondamentalismo islamico arriva in Russia e nei Paesi circostanti con il crollo dell’Unione Sovietica. Predicatori e organizzazioni wahhabite finanziate dai petrodollari del Golfo Arabo importano un’interpretazione della fede totalmente estranea a quella storicamente adottata pre-comunismo dalle popolazioni locali: tollerante, aperta ad altre fedi e con forti tendenze mistiche e sufi.
Dagli Anni 90 network di moschee e scuole coraniche fondamentaliste crescono come funghi nel Caucaso, nelle repubbliche dell’Asia Centrale, ma anche nel cuore della Russia (stupisce come dato, ma Mosca è la città europea con la più grande popolazione musulmana, circa due milioni, perlopiù immigrati dalle periferie dell’ex impero russo).
Ricalcando dinamiche viste nei Balcani o in Africa sub-Sahariana, l’islam tradizionale della regione ha fatto fatica a competere con il fondamentalismo di importazione, sia per via di un forte gap di risorse sia per gli attacchi, verbali e fisici, da parte degli adepti del wahhabismo.
L’inevitabile prodotto di questo cambiamento teologico è la crescente mobilitazione di tipo jihadista nella regione. Già negli Anni 90 la guerriglia cecena, nata inizialmente come puramente nazionalista, aveva assunto toni sempre più religioso-fondamentalisti. Una parte, minoritaria ma importante, assunse presto ideologia, tattiche (inclusi attentati suicidi e drammatiche esecuzioni di ostaggi) e obiettivi propri non del nazionalismo ceceno, ma del jihadismo globale, creando anche legami operativi col mondo di al Qaeda. Ed il fenomeno si è esteso presto a tutto il Caucaso, regione economicamente depressa e malgovernata insanguinata da una insorgenza islamista di bassa intensità ma comunque difficile da estirpare.
Negli ultimi anni Putin aveva tenuto la situazione sotto controllo attraverso l’utilizzo di tre tattiche. In primis, aveva stretto alleanze con gli uomini forti delle province russe a maggioranza musulmana. Usando tattiche spesso di una brutalità inusitata, leader come Kadyrov in Cecenia sono infatti riusciti a limitare la minaccia jihadista nei loro territori. A fronte dell’utilizzo della forza con i jihadisti, Putin ha anche cercato di aprire un dialogo con l’islam moderato nei suoi territori, rafforzandone i leader e spingendo un messaggio di inclusione nella società russa.
Il terzo tassello della pax putiniana contro il jihadismo made in Russia è stato quello di vedere, cinicamente, il conflitto siriano come una valvola di sfogo per potenziali jihadisti. L’antiterrorismo russo ha infatti spinto molti jihadisti locali a migrare nei territori del Califfato, dove i foreign fighter con passaporto russo (stimati attorno ai 5000) svolgono un ruolo di primaria importanza.
La mossa non ha brillato per lungimiranza, visto come il conflitto siriano sia poi divenuta palestra per jihadisti con brame globali. E non deve sorprendere quindi che militanti dell’area ex Urss si siano resi protagonisti negli ultimi mesi di una lunga serie di attentati in vari Paesi, in particolare in Turchia. Stupisce solo che un attentato in Russia- se la matrice jihadista per l’attentato di San Pietroburgo verrà confermata – sia arrivato solo ora. Se infatti la manovalanza abbonda, non mancano nemmeno le motivazioni per cui il movimento jihadista vuole attaccare la Russia. Oltre alle mai sopite dinamiche interne, l’intervento russo in Siria, unico vero ostacolo all’avanzata dello Stato Islamico, costituisce un movente enorme, cosa che la propaganda del gruppo da mesi ribadisce incitando i propri adepti a vendicarsi contro Putin.