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 2017  aprile 04 Martedì calendario

Quel cordone ombelicale che unisce Cecenia e Isis

Perché il presidente russo Vladimir Putin ha deciso di intervenire militarmente in Siria?
Le ragioni sono molteplici. Senza dubbio la decisione di unirsi alla guerra contro l’Isis nascondeva la ferma volontà di difendere il regime del presidente Bashar al-Assad, in quei mesi in gravi difficoltà sul fronte bellico, e preservare così un prezioso alleato in Medio Oriente, conservando al contempo la sua unica base militare sul Mediterraneo.
Ma vi è anche un’altra ragione, non secondaria. L’intervento russo contro l’Isis in Siria, scattato nel settembre del 2014, risponde anche all’obiettivo di colpire le cellule islamiste provenienti dal Caucaso russo, in particolare dalla Cecenia, unitesi nelle file dello Stato islamico. Nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu del 2015, Putin aveva precisato come la preoccupazione per la presenza di molti cittadini russi tra i jihadisti in Siria fosse una delle ragioni principali dell’intervento militare.
L’ultima cosa che Putin desidera è vedere la Cecenia sprofondare in una nuova guerra civile, con il pericolo di un’ondata di attentati nelle principali città russe.
Il Cremlino ne è consapevole: un cordone ombelicale unisce la Cecenia e l’Isis. Se la Cecenia ha esportato in Siria e Iraq centinaia – c’è chi dice oltre 2mila – esperti combattenti, rivelatisi decisivi in diverse battaglie vinte dall’Isis, a sua volta lo Stato Islamico punta ad estendere il suo regno del terrore proprio in questa piccola e martoriata repubblica della Federazione Russa nel cuore del Caucaso. Non è un caso che nel 2015 la leadership dell’Isis abbia proclamato la costituzione di un wilayat, un “governatorato”, nel Caucaso russo (Daghestan, Cecenia, Inguscezia, Cabardino-Balcaria e Karachai). Da qualche anno l’efficiente macchina della propaganda targata Isis ha fatto presa su molti giovani ceceni.
Che i più agguerriti combattenti estremisti ceceni si fossero riversati in Siria non era certo un segreto per il Cremlino. Già nel giugno del 2013, dunque 15 mesi prima dell’avvio della missione militare russa a fianco del regime siriano, le autorità di Mosca avevano denunciato l’arruolamento di ben 1.700 ceceni tra le file dell’Isis. Alla fine dell’estate dello stesso anno circolarono articoli e rapporti su un battaglione caucasico – Al-Mukhadjirin (gli immigrati) – schierato a difesa della città di Aleppo. Un battaglione composto anche da molti dei cosiddetti ceceni della diaspora, vale a dire di coloro che lasciarono la Cecenia durante la guerra per ripararsi in Europa. I miliziani provenienti direttamente dalla Cecenia sono invece finiti quasi tutti nella feroce Jaysh al-Usra, una sorta di forza speciale dell’Isis che viene inviata nelle zone dove avvengono i combattimenti più violenti e difficili. Come gli aspri combattimenti del 2013 a Est della base russa di Latakia.
Anno dopo anno il numero di foreign fighters provenienti dal Caucaso è cresciuto, arrivando nel 2016 fino a 4mila unità. Lo scorso settembre l’Fsb,l’ex Kgb, segnalava che in Siria si trovano 2.900 combattenti con passaporto russo, la maggior parte dei quali (1.800) proverrebbero dalla regione caucasica e, soprattutto, dalla Repubblica Cecena. I più esperti hanno assunto ruoli importanti nell’apparato militare jihadista. Primo fra tutti lo spietato Abu Omar Al-Shishani (per l’appunto “il ceceno” in arabo), ex militare georgiano di etnia cecena, salito al rango di braccio destro del califfo di Abu Bakr al-Baghdadi prima di essere ucciso in Iraq lo scorso luglio.
Qualcosa sta tuttavia cambiando. Le numerose sconfitte militari che l’Isis sta subendo da oltre un anno, e il rischio di perdere entro il 2017, se non prima, le sue due capitali (Mosul in Iraq e Raqqa in Siria), stanno spingendo molti combattenti stranieri a rientrare nei loro Paesi di origine. Sta accadendo per quelli partiti dai Paesi europei (oltre 5mila). Sta accadendo anche per quelli partiti dalla Federazione russa, in particolare dalla Cecenia (ne sarebbero già rientrati 250).
Il pericolo per Putin, dunque, è che la Cecenia ripiombi nel caos. Il recente attentato rivendicato dall’Isis avvenuto 10 giorni fa a Nordest di Grozny, in cui hanno perso la vita sei soldati russi della Guardia Nazionale, è un segnale che desta preoccupazione. E qui nella storia entra un personaggio controverso: il giovane Ramzan Achmadovi? Kadyrov, l’uomo che dal 2005 è riuscito, ricorrendo anche ad azioni brutali e sanguinose, a normalizzare la Cecenia. Oltre a combattere la presenza dell’Isis in casa, Kadyrov, presidente della Repubblica cecena dal 2007, ha più volte affermato di aver infiltrato i suoi uomini all’interno della leadership jihadista. Dall’estate del 2014 può inoltre beneficiare delle forze speciali cecene, unità anti terrorismo che rispondono ufficialmente al ministero russo degli Interni, create per «combattere una possibile incursione da parte dei militanti dell’Isis».
Dopo numerose smentite, in gennaio Kadyrov è uscito allo scoperto annunciando quanto in verità si sapeva già da tempo: la presenza di centinaia di soldati ceceni in Siria. Nella fattispecie militari inviati nel quadro di un battaglione di polizia militare dispiegato dalla Russia per mettere in sicurezza Aleppo, riconquistata di recente dal regime siriano grazie al sostegno militare russo. Il Ministero della Difesa russo ha invece reso noto che Forze Speciali cecene proteggeranno la base aerea di Hmeymim.
Un’iniziativa che pare rispondere a un disegno. Ceceni contro ceceni in Siria. Per evitare che un numero di gran lunga maggiore di ceceni contro altri ceceni rimettano a ferro e fuoco la piccola Repubblica della Federazione russa, e poi il Daghestan. Per impedire che le fiamme dell’estremismo islamico divampino ancora in tutta la Russia.