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 2017  aprile 04 Martedì calendario

I tre fronti della sfida lanciata a Pechino

Cina bifronte, per forza di cose. Da un lato è solidale con Vladimir Putin, l’alleato di ferro anche, e soprattutto, nella lotta al terrorismo, le due potenze hanno creato e potenziato l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, organismo intergovernativo dedicato alla sicurezza di cui vanno fiere. Dall’altro, Pechino maschera a fatica una profonda irritazione per la gestione della diplomazia da parte di Donald Trump, tornato ad essere quello della prima ora, capace di rispondere a telefono alla presidente taiwanese Tsai-ing-wen, salvo poi profondersi in scuse davanti all’ira cinese.
Xi Jinping è un presidente nel pieno delle sue prerogative politiche che sta lavorando al rafforzamento della leadership in vista del prossimo Congresso del Partito, il 19esimo, l’assise che dovrà reintegrare ampi pezzi del potere che (per scelta o per forza) vanno in pensione – e ieri sono stati nominati altri quattro capi del partito comunista a livello provinciale, in pratica quelli che bisognava ancora scegliere in una rotazione radicale degli assetti locali.
La macchina della costruzione del potere di Xi Jinping procede senza soste e, allora, come è possibile che a poche ore dall’incontro in Florida, il primo tra le due super potenze nell’era post Obama, il collega americano, anticipi i punti cruciali in agenda urlando al mondo intero le sue intenzioni bellicose nei confronti della Cina?
Prima la questione del commercio e la firma agli atti che aprono il capitolo dazi, preliminari alla battaglia sulla svalutazione dello yuan, poi lo strappo sulla Corea del Nord, un fronte sul quale, secondo Washington, i cinesi non fanno abbastanza per garantire la denuclearizzazione di Pyongyang; e dunque, se sarà il caso, gli Usa faranno da soli, anche manu militari.
Resta il terzo tempo, quello sui Mari del Sud della Cina, sul quale la posizione di Pechino è ultranota: la sovranità della Cina in quelle acque crocevia di traffici da 5mila miliardi di dollari è fuori discussione, non è materia negoziabile. Non è escluso, ma non è auspicabile, che Donald Trump tiri fuori dal suo cappello in anticipo anche questo tema alla quale la Cina tiene in maniera particolare. A qualche ora dal summit, è l’eventualità da scartare, a qualsiasi costo.
Il segretario di Stato Rex Tillerson ne ha discusso con la diplomazia cinese, in particolare con l’ex ministro degli Esteri, attuale consigliere di Stato, Yang Jiechi: si parlerà a Mar-a Lago di tutte le questioni di rilevanza bilaterale e regionale, e la conferma è arrivata da ambienti dello stesso dipartimento di Stato americano. Per Yang Jiechi, che per primo ha varcato l’oceano per incontrare gli americani, quello tra Xi e Trump è un incontro di grande importanza per la pace, la stabilità e la prosperità nella regione Asia-Pacifico e del mondo in generale. Entrambi faranno di tutto per garantire risultati positivi, ma la variabile Trump, a questo punto, è cruciale. Che l’agenda si rispetti, è un elemento fondamentale per la diplomazia cinese. In Cina, oggi, 4 aprile, è festa nazionale, è la festa di Qingming, dal 254 avanti Cristo, dai tempi della dinastia Zhou per i cinesi è il giorno in cui si commemorano i morti. Almeno oggi il silenzio è d’obbligo.