Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  aprile 04 Martedì calendario

Attentato nella metropolitana di San Pietroburgo

Sull’attentato di San Pietroburgo - i morti sono fino ad ora 14, i feriti 37, sei dei quali gravissimi - si crede di aver capito fino ad ora questo. Studiando i filmati delle telecamere, l’attentatore dovrebbe essere un tipo col cappotto nero e con in testa il tradizionale berretto portato dalle popolazioni islamiche e detto “sashia”. La barba è in stile salafita, cioè lunga e quasi priva di baffi. Una valigetta nera stretta in pugno. È entrato nella stazione Sennaya intorno alle due del pomeriggio (l’una italiana) e ha piazzato l’ordigno nel terzo vagone del convoglio che andava in direzione della Tekhnologicheskiy. L’ordigno - dicono gli esperti - era piuttosto rudimentale, come se fosse stato fabbricato in casa. Il killer lo aveva però rinforzato con pezzi di ferro, chiodi e bulloni, in modo che il suo effetto omicida ne fosse rafforzato. È scoppiato intorno alle due e venti. Sette passeggeri almeno sono morti subito. Testimoni hanno denunciato l’odore terribile delle carni bruciate, e le urla, i pianti, lo scagliarsi dei sopravvissuti verso i finestrini per cercare una via di fuga immediata. Il macchinista, che s’è accorto dell’esplosione, non ha tuttavia fermato il treno e ha proseguito fino alla stazione successiva, quella dell’Istituto tecnologico, subito invasa dal fumo appena si sono aperte le portiere. Il terzo vagone, come si vede dalle foto, era completamente sventrato. Sono arrivate assai presto otto ambulanze, la piazza, le strade sono state invase da un nugolo di poliziotti e di medici e di barelle. Sopra non s’è sentito niente, perché la metropolitana di San Pietroburgo è costruita parecchio in profondità.  

Non è strano che il conducente abbia tirato dritto?
Le autorità hanno spiegato che il conducente ha fatto benissimo a proseguire e a non fermarsi nel tunnel: in questo modo ha facilitato le operazioni di soccorso. Il comitato anti terrorismo ha ordinato la chiusura e l’evacuazione di tutta la linea metropolitana, considerata anche una meta turistica dato che ha stazioni tra le più belle al mondo. Il comune ha dichiarato tre giorni di lutto.  

Che probabilità ci sono che l’uomo identificato attraverso le telecamere sia davvero l’attentatore?
Non lo so. Non vorrei che, avendo individuato in mezzo alla folla un tizio dall’aria islamica, lo si sia subito preso di mira. Gli inquirenti dicono che gli attentatori erano sicuramente due. Nella stazione Vosstanya è stato trovato un altro ordigno, che non è esploso. Per disinnescare questo secondo ordigno, di cui non conosciamo le caratteristiche, ci sono volute molte ore.  

Ipotesi sulla matrice?
Putin si trovava a San Pietroburgo, per un convegno sui media russi, ed è interessante notare che aveva parlato prima dell’esplosione sostenendo che Internet va lasciata libera, a parte i siti porno e quelli che istigano al suicidio. Dopo Putin avrebbe dovuto incontrare il presidente bielorusso Lukašenko. Le televisioni, per via dell’attentato, hanno però smesso di seguirlo in diretta e abbiamo a disposizione, per ora, solo una sua dichiarazione, molto prudente. «Non è chiaro ancora quali siano le cause. Le stiamo vagliando tutte. Incluso il terrorismo». L’anno prossimo ci sono le elezioni presidenziali, le dimostrazioni dei giorni scorsi e questo attentato, che si direbbe un messaggio diretto proprio a lui data la sua presenza in città, possono risultargli molto preoccupanti. Più tardi il procuratore generale ha detto: «S’è trattato di terrorismo, anche se la matrice è da individuare».  

Ceceni?
Forse. Ma forse, più in generale, la jihad caucasica, nata dopo la riconquista della Cecenia da parte russa e l’insediamento alla presidenza di Ramzan Kadyrov, un ex ribelle diventato il pugno di ferro di Mosca. In risposta a Putin, Dokku Umarov, ex presidente della Cecenia, proclamò la nascita dell’Emirato del Caucaso, e trascinò nella guerra santa Inguscezia e Daghestan. Umarov venne poi ammazzato, ma da qui partirono parecchi attacchi terroristici: l’attentato al treno Nevsky Express, fatto deragliare sulla linea Mosca-San Pietroburgo nel 2009 (27 morti), l’attentato alla metropolitana di Mosca del marzo 2010 (41 vittime) e quello all’aeroporto Domodedovo nel gennaio 2011 (37 morti). Putin ha creato l’anno scorso una Guardia Nazionale addetta solo alla sicurezza (i siloviki) che risponde direttamente a lui. Trecentomila uomini guidati da Viktor Zolotov. Ieri questo apparato non è servito.  

Non potrebbe entrarci il Califfo? Alla fine le sorti della guerra all’Isis si sono spostate grazie all’intervento russo.
Allora è più probabile che la mano assassina sia dei ribelli che combattono per rovesciare Assad. Qui l’aviazione russa non ha bombardato troppo quelli dell’Isis, e ha soprattutto preso di mira proprio i ribelli. La mano potrebbe essere anche curda: Putin s’è alleato con il presidente turco Erdogan ed è previsto che, a Califfo sconfitto, la Turchia faccia dei curdi quello che vuole.