la Repubblica, 3 aprile 2017
La resistenza di Ilda. «Non cedo alle torture per unire i russi onesti»
MOSCA Ildar Dadin, 34 anni, crede nel potere dei piccoli gesti. Perciò nel 2012 ha iniziato a protestare. Contro l’abbattimento del bosco di Khimki, l’arresto degli oppositori di Putin, le elezioni falsate, la guerra in Ucraina. Spesso da solo, con un cartello in mano. Finché nel gennaio 2015 non è diventato il primo russo condannato al carcere, 30 mesi, per aver violato l’articolo 212.1 che penalizza le ripetute manifestazioni non autorizzate. Condanna annullata a sorpresa il 23 febbraio dalla Corte suprema. Scarcerato, Dadin ieri è tornato in piazza, ed è stato fermato, come aveva già fatto pochi giorni dopo il rilascio. «Sono fatto così. Voglio esercitare i diritti garantiti dalla Costituzione», ci aveva detto pochi giorni fa accogliendoci nel suo bilocale nel quartiere occidentale Fili Davidkovo di Mosca, mentre Anastasia “Nastja” Zotova, la moglie 25enne, in cucina parlava al telefono con avvocati e Ong. È stato grazie a lei che lo scorso novembre la lettera aperta in cui Dadin denunciava le torture di cui era vittima in prigione ha fatto il giro del mondo. «Non potrò mai cancellare dalla mia mente gli orrori che ho visto. Ora la mia missione è lottare contro le torture», ha detto Ildar durante la lunga chiacchierata, perdendo spesso il filo dei pensieri, chiudendo gli occhi e stringendo le tempie fra le mani per raccoglierlo. Alla fine ci ha confessato: «Cercavo di formulare dei concetti che mi si agitavano dentro, parlando sono giunto a conclusioni importanti anche per me».
Ha illustrato più volte le torture subite: è stato esposto al gelo, picchiato, forzato a infilare la testa in un water. Quale episodio la tormenta di più?
«Mi hanno incaprettato, appeso a un soffitto e minacciato di violentarmi. Sono quasi svenuto dal dolore. Hanno fatto di tutto per torturarmi psicologicamente. L’obiettivo è rompere il tuo spirito perché una persona dal carattere spezzato è più manovrabile. Io invece sono diventato più forte. Penso che fosse scritto che dovessi finire in carcere. Mi ha fatto capire che è meglio morire da essere umano che vivere da vigliacco. E io voglio solo rimanere umano».
È stato il primo incarcerato in base all’articolo 212.1. Perché è così contestato?
«È incostituzionale. La Costituzione garantisce il diritto di manifestare a patto che lo si faccia pacificamente e senza armi. I diritti costituzionali non possono essere limitati per legge. Un cittadino non deve concordare con un burocrate, che dovrebbe essere a servizio del popolo, come e quando manifestare. Non si deve chiedere il permesso per esercitare un diritto costituzionale. È solo un pretesto per negare ai cittadini i loro diritti».
Domenica 26 marzo si è unito alla marcia?
«Mia moglie si arrabbierà, ma devo dirlo. Avevo deciso di non partecipare perché non condivido in pieno l’agenda di Aleksej Navalnyj, poi ho cambiato idea, ma Nastja mi ha fermato. Non ha capito che la cosa più importante è che la gente sia scesa in piazza dimostrando di non essere manipolabile».
Cosa non le piace di Navalnyj?
«Mi sembra che voglia perseguire il suo scopo con qualsiasi mezzo. Ha approvato l’annessione della Crimea che io considero un’occupazione vergognosa. Se viola questo principio, in futuro potrebbe violarne altri. E il suo modello al momento è autoritario. Ero volontario per lui quand’era candidato sindaco. Ricevevo ordini dall’alto ma non c’era un meccanismo per far arrivare le mie proposte in cima. Ma lo rispetto e l’ho sempre difeso. È carismatico, l’unico leader dell’opposizione in grado di mobilitare l’elettorato. E domenica è riuscito a organizzare un’azione senza precedenti per cui gli sono grato».
Lei ha mai pensato di correre in politica?
«Vorrei organizzare un gruppo di persone oneste. Devo ammetterlo, mi sento solo. Ho letto che a cambiare le cose non è mai la maggioranza, ma un’attiva minoranza. In Russia c’è, ma frammentata, e io vorrei unirla. I corrotti al potere se ne andranno solo con la forza e, dato che io credo nella lotta non violenta, per me l’unica forza possibile è quella della gente che si unisce. Un giorno, come in Ucraina, ci sarà una Majdan russa. Io quel giorno lo chiamo “l’ora x” e i russi dovranno essere pronti. L’unico modo di esserlo è che ci sia un nucleo di persone oneste che possa prendere il posto dei corrotti».
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Arresti a Mosca, in cella anche il dissidente Dadin
MOSCA. A una settimana dal corteo anticorruzione che aveva visto finire in manette anche l’oppositore Aleksej Navalnyj, almeno 31 persone sono state fermate ieri a Mosca con l’accusa di aver «violato l’ordine pubblico» durante una nuova manifestazione non autorizzata. Tra loro anche l’oppositore Ildar Dadin, impegnato in un picchetto di protesta davanti al commissariato centrale, e il sedicenne Pavel Diatlov, diventato uno dei simboli della mobilitazione della cosiddetta “Generazione Putin” dopo essere stato fotografato aggrappato a un lampione durante la manifestazione di domenica 26.
L’appello a scendere in piazza per la seconda volta era corso sui social, anche se il governo aveva provato a fermarlo prima bloccando le pagine che invitavano i giovani a mobilitarsi, poi chiudendo piazza Pushkin e limitando l’accesso alla Piazza Rossa. Oscuri gli organizzatori. «Navalnyj non ne sa nulla», ha twittato la sua portavoce. Tanto che in molti hanno sospettato una messinscena delle stesse autorità per sminuire l’opposizione. A partire dalle 11.30 un centinaio di persone si è raccolto alle spalle del Cremlino, in Piazza del Maneggio, improvvisando dibattiti politici in sparuti capannelli talora sfociati in scontri verbali tra teenager e nazionalisti. C’erano più giornalisti che manifestanti e un uomo con una bandiera russa ha ottenuto i suoi 15 minuti di gloria quando ha iniziato a passeggiare avanti e indietro seguito da decine di telecamere. I fermi sono iniziati quando la gente ha cominciato a sfilare su via Tsverskaja, teatro della precedente “passeggiata di protesta”. Molto più ampia l’adesione a Novosibirsk, Samara e Astrakhan, mentre a San Pietroburgo un manifestante si è ammanettato al ponte intitolato ad Akhmat Khadyrov per protestare contro le presunte uccisioni di gay denunciate sabato da Novaja gazeta.