la Repubblica, 2 aprile 2017
Intervista a Giuseppe Ferrandino
È trascorso molto tempo dall’ultimo incontro con Giuseppe Ferrandino. Lui dice che sono 15 anni che non ci vedevamo. Dai tempi della pubblicazione di Saverio del Nord Ovest. Però ricordo delle telefonate lunghe, asfissianti, risalenti a una decina di anni fa, quando uscì il suo fluviale Spada. C’erano i mondiali di calcio con l’Italia buttata fuori dalla Corea del Sud. L’arbitro Moreno, si disse, pilotò la partita a favore degli asiatici che giocavano in casa. Chiesi a Ferrandino se avrebbe mandato Pericle a fare il mazzo a quell’arbitro venduto ( Pericle il nero fu il folgorante romanzo di esordio che lo fece scoprire alla critica e ai lettori). Ci pensò su, poi disse che Pericle aveva cambiato vita. Piuttosto, aggiunse, tu non le senti quelle vibrazioni sotto le partite trasmesse in televisione? Che intendi? Gli chiesi. Non senti delle voci? No, non le sento. Gli ricordo quel breve scambio di battute, oggi. All’interno della stazione di Napoli dove ci vediamo. Non è cambiato. Sempre magro. Avvolto da una sua speciale e stralunata intensità. Con un nuovo romanzo in uscita, dedicato nientemeno che a Balzac ( il titolo è Onorato, pubblicato da Bompiani e in libreria dal 19 aprile). «Non erano voci quelle che sentivo durante le partite, ma la pubblicità subliminale ogni qualvolta compariva il logo del pallone, mi pare della Fifa».
E cos’è il subliminale?
«È il mondo che non vedi e che ti condiziona. Lavora sull’inconscio, sui sensi, sugli appetiti, sui desideri».
Ti prende alla sprovvista.
«Beh diciamo che non sei preparato. Ti fa fare cose che la tua soglia di percezione non controlla».
Cosa hai fatto in questi anni in cui ti avevamo perso di vista?
«Ho scritto tantissimo. Senza spedire quasi nulla agli editori: 30mila pagine, ti rendi conto!».
Ricordo un tuo lungo periodo di siccità.
«Fu quando ci incontrammo l’ultima volta, a Mazzano Romano dove ero andato a vivere».
Un paesino a una cinquantina di chilometri da Roma. Perché ci andasti?
«Perché si va in un paesino sperduto? Pensavo di rimettermi a scrivere. Macché. Tempo perso. Dopo due o tre anni mi sembrava un incubo, Mazzano».
E che hai fatto?
«Sono tornato a Ischia, dove sono nato. Poi ho viaggiato: Londra un anno e Parigi, un altro annetto. Non pensare che sia ricco. Vivo con poco. A me basta una stanza e un pasto al giorno».
Hai ripreso a scrivere?
«Sì, quello che ho pubblicato nasce da una vecchia idea: Balzac».
“Onorato”, effettivamente è la storia del grande scrittore francese. Che bisogno avevi di nasconderti dietro di lui?
«Non mi sono nascosto. Mi piacciono i suoi romanzi. Papà Goriot è la storia più bella che abbia mai letto. Ha dentro tutto: psicologia, senso del brivido, rivolta sociale, personaggi titanici».
Ti identifichi con Balzac?
«Sarebbe patetico. Di lui mi piace il contrasto tra una vita caotica – è morto relativamente giovane e pieno di debiti – e la sua creatività prorompente. Una vita sbagliata salvata dalla grande arte».
Salvata?
«Oddio, non è alla redenzione che penso. Chissenefrega se ti redimi. No, l’idea è nel contrasto tra la vita imperfetta e la perfezione dei suoi romanzi. Nell’imperfezione c’è la sua vocazione a perdersi, a smarrirsi. Ma il bello è che non piagnucola, non squittisce, non protesta. C’è una grandezza anche nel farsi male».
Ti sei mai fatto male?
«La mia non è stata una vita sbagliata, ma complicata sì».
Quanto complicata?
«Da farmi sobbalzare, sai quando di notte improvvisamente comincia a suonare il campanello di casa?».
Intendi qualcosa che irrompe nella vita e che non controlli?
«Più o meno. Ma con Balzac non c’è stato nessun transfert. Mi affascinava la gratuità della sua vita. Era capace di spendere un patrimonio in guanti. Ma la sua forza è contagiosa. Di solito lo leggo quando sento venir meno le mie energie».
Come Balzac, hai riempito una montagna di fogli.
«È il solo punto di contatto. Il resto è fascinazione per un uomo molto diverso da me».
Che cosa c’è dentro a questi trentamila fogli in larga parte inediti?
«C’è di tutto. Molte sono sceneggiature di fumetti».
Se non ricordo male tu nasci come sceneggiatore di fumetti.
«Iniziai con Lanciostory, avevo poco più di vent’anni e stavo finendo i miei studi di medicina».
Ti sei laureato?
«No, mollai di colpo. Nonostante avessi dato 25 esami».
Perché lasciasti?
«Sarei stato un pessimo medico. Volevo fare lo scrittore».
Eppure eri sul punto di laurearti.
«Nella mia testa c’era il sogno di fare il medico per un po’, guadagnare, comprarmi una barca e poi fuggire».
Un sogno infantile.
«Me lo sono portato dentro. Ho navigato a lungo sulla barca a vela, con un amico. Lui è ancora lì che continua a girare il mondo».
Tu perché hai smesso?
«Non lo capiresti neanche se te lo dicessi».
Prova.
«Amo la vita tranquilla. La mia aspirazione è una stanzetta, spoglia, senza fronzoli, nella quale poter lavorare».
Com’è la tua vita a Ischia?
«Passeggio, almeno quattro ore, e scrivo. In questo momento sto lavorando a una saga a fumetti su Garibaldi».
Per chi la scrivi?
«Per me, non l’ho proposta a nessuno».
Il massimo della gratuità.
«Perché no, a me fa bene».
Scrivi come fosse una terapia?
«In parte forse lo è. A me piace molto scrivere. Lo faccio parecchie ore al giorno. Ci sono anche dei periodi in cui sono incapace di scrivere».
E cosa ti succede?
«Niente, leggo libri. E aspetto che passi».
La scrittura è vita?
«Diciamo che mi diverte molto scrivere, ma non è vita. La prova è che quando non scrivo non sento niente. C’è stato un periodo in cui mi sentivo un po’ sinistrato. Scrissi tantissimo; anche un mucchio di scemenze».
Rileggi quello che scrivi?
“Sono uno scrittore ossessivo, ho già riempito trentamila pagine senza mandarle agli editori. Con due eccezioni: il libro su Balzac e un possibile prequel di Pericle il nero”.
Dovresti darli all’editore.
«Non me ne frega niente di pubblicare o di vendere. Capisco che per un editore è importante. Ma sai, non sono Simenon».
Nel senso?
«Non ho una vita pianificata né pianificabile».
Ti piace come scrittore Simenon?
«Da giovane sì, mi piaceva molto. Adesso si continua a citare la frase di Gide, per cui tutto quello che Simenon scriveva era senza un’oncia di grasso. Stilisticamente lo trovo monocorde, non balla mai, non ride mai, umorismo zero!».
Cosa pensi del boom del giallo italiano?
«Mi sembra una moda. Come i pantaloni a zampa di elefante. Che devo dirti? Credono di essere scrittori veri, ma ci vogliono delle palle così per riuscirci. Dove sono oggi un Westlake o un Chandler? I nostri in testa hanno Diabolik e nessuna idea del bene e del male».
Sapresti definire bene e male?
«So dove non c’è il bene e dove non c’è il male. Il resto è filosofia».
Hai sempre questo modo così netto di esprimerti?
«Forse invecchiando peggioro. Ma non vorrei che si confondessero le acque. Per il resto non faccio il legislatore e non sono Dio».
Cosa pensi di Dio?
«Non penso niente. Cerco qualcosa, ma non mi esprimo. Problema troppo grosso. E poi non sono interessato al tribalismo dei credenti e dei non credenti».
Sei fuori dalle chiese?
«Decisamente. Che Dio abbia bisogno di mediatori mi pare un’idea divertente. Ma lui non ha bisogno di intermediari».
Da qualche parte forse bisogna cercarlo.
«Chi l’ha detto. Venga lui, si faccia sotto. Se proprio devo, vorrei trovarlo in qualche buon romanzo».
Per esempio?
«In Dostoevskij; lo so è banale dirlo. Ma lui ha grande potenza nel mostrare le cose. Però Dio si deve mascherare in qualcos’altro. Non può scendere direttamente sulla pagina. Altrimenti si leggono i sermoni.
Il giocatore, per dire, è un bel noir e ci sono certe parti di Delitto e castigo che sembrano scritte da Jim Thompson».
Quando hai scritto “Pericle il nero” potevi creare una serie con questo protagonista. Non sei stato tentato?
«Per lungo tempo no, anzi a chi mi chiedeva perché non continui la sua storia, rispondevo: non sono il suo schiavo. E poi quel romanzo uscito da Adelphi portava impressa la parola fine. Non è mica Rocky! Però qualche tempo fa ho pensato che Pericle potesse essere ripreso come prequel. Ho scritto diversi romanzi che lo vedono protagonista, prima di quella parola fine. Ho cercato, insomma, di raccontare i dubbi di Pericle».
Ne ha?
«Certo. E poi ho cercato di capire com’era prima di diventare lo strumento della camorra. Prima di perdere il contatto dalle cose».
Tu hai mai perso questo contatto?
«Ci sono molti modi per perderlo. Io mi sono smarrito, a volte. E poi mi sono ritrovato».
Accennavi al tuo esser stato sinistrato. Sinistrato nell’anima, immagino.
«Delirio».
Qualcosa di brutto?
«No, anzi. Qualcosa di meraviglioso. Lo stesso mondo che si schiudeva a uno come Céline. Ti dà un senso di estasi. È chiaro che sto parlando del delirio come invenzione».
Quando finisce che succede?
«Ci si sente sconvolti. Lo stato di prostrazione dura un po’. Poi ripiombi nella normalità. Ci sono forme di delirio terribili. Altre più blande e perfino piacevoli. Dostoevskij e Céline pensavano al delirio come a una via di fuga dal dolore».
Che cosa pensi del tuo stile?
«Non ho uno stile. Ogni mio libro è scritto in maniera diversa. Ho scritto Capitain, un romanzo inedito, facendo la parodia di Conrad».
Come prepari un romanzo?
«Nel caso di Onorato ho letto e fatto ricerche a Parigi, alla Biblioteca Mitterrand. Di solito però non preparo un libro. Non scrivo trame, non organizzo pensieri. Per me conta la prima frase. La prima frase è quella che dà la voce, e alla quale sempre si ritorna».
Non immagini una storia, ma la insegui.
«Parto da una frase che per me ha il peso di un macigno».
Anche il peso di un’ossessione?
«L’ossessione è solo una componente della scrittura. Poi ci sono la gioia, il divertimento, la passione».
Come è stato il salto dal fumetto al romanzo?
«Non è un salto, è un’altalena. Però se dovessi spiegare il motivo per cui ho scritto Pericle il nero, beh credo che dovrei evocare Andrea Pazienza».
Perché?
«Perché resta tra le cose più straordinarie che abbia incrociato. Forse non avrei scritto nulla senza il suo lavoro. Aveva una capacità sublime di sputtanarsi. In modo asciutto, essenziale, senza fronzoli. È stato il primo in Italia».
Ne sei certo?
«Beh, c’è stata prima di lui una generazione di finti maledetti, il cui capostipite è Curzio Malaparte».
Perché finto?
«Perché con il suo modo di pensare e di scrivere trionfa il barocco. Il puro artificio. Fu un “maledetto toscano”, molto diverso dalla rabbia e dal disprezzo che covava Céline».
Forse erano due modi di essere provinciali.
«A me sembrano due maniere di essere nazionalisti. Ma Céline era talmente rivoluzionario nel suo stile che ridurlo alla pappetta dello scrittore di destra mi fa ridere».
Che intendi per rivoluzionario?
«Dopo Flaubert e Rimbaud, c’è stato lui. Non conosco tanti scrittori che come loro hanno squinternato il mondo. Pochi, forse nessuno come Céline, ci hanno fatto sentire il fetore del mondo. Era una delle mie letture preferite durante il mio lungo soggiorno a Chicago».
Hai voglia di tornare in America?
«Nessuna, pago Sky per vedere film americani. Mi basta. Ho vissuto anche con una fidanzata americana. Ma parlo abbastanza male la lingua. E alla fine ci siamo stancati l’uno dell’altra».
Hai una nuova fidanzata?
«Ho l’impressione, da un po’, che le donne mi evitino. Da parecchio non ho relazioni. Scrivilo, magari qualcuna si fa avanti».