la Repubblica, 2 aprile 2017
La Guerra fredda del Dottor Živago
Abbiamo una grande opportunità da cogliere al volo. Quella di poter informare i cittadini sovietici della vera natura del loro governo, renderli consapevoli delle storture e dei pericoli che li circondano. Possiamo farlo attraverso le pagine di uno dei più grandi scrittori sovietici viventi, autore di un romanzo che è censurato e nascosto dalle autorità di Mosca”: poche righe di un testo della Cia introducono ai contenuti dell’affaire Živago. Una storia lontana che va al di là delle pagine del romanzo di Boris Pasternak: 60 anni ci separano dalla prima edizione italiana in un percorso avventuroso segnato da documenti e analisi che da Washington coinvolgono le intelligence di mezzo mondo in varie ondate fino agli anni a noi più vicini.
Quel romanzo non viene pubblicato in Unione Sovietica fino al 1988: troppe allusioni critiche, troppi contenuti discutibili che puntano a incrinare le certezze di uno dei due giganti del mondo bipolare ( Peter Finn e Petra Couvee The Zhivago Affair: The Kremlin, the Cia, and the Battle over a Forbidden Book, 2014). E del resto le parole possono fare molto, arrivare in profondità, sollevare questioni controverse che il mondo comunista faticherebbe a sopportare. E come in un paradosso, uno dei tanti della guerra fredda, quelle stesse ragioni di critica alla società sovietica spingono l’intelligence statunitense verso un’operazione nascosta volta a favorire la circolazione del volume, utilizzandolo in modo spregiudicato come messaggio di critica, potenziale strumento nelle mani degli oppositori sovietici. Non un’arma violenta, ma un contenuto, una storia – queste le intenzioni di chi nel 1958 organizza il piano clandestino – che avrebbe superato confini e muri riuscendo a raggiungere il cuore della società comunista mettendone in discussione uno dei cardini costitutivi consegnato all’identità stessa del romanzo. La storia di Yuri Živago, dottore e poeta che attraversa parte del secolo breve, prima, durante e dopo la rivoluzione del 1917 diventa un punto di osservazione privilegiato dove s’incontrano le vicende personali, le relazioni, i vincoli e le fedeltà con i grandi eventi della storia che si muovono sullo sfondo. Una “grande occasione per chi vuole combattere il gigante comunista”, un efficace e innovativo strumento di propaganda nel cuore della contrapposizione Est-Ovest.
Seguiamo il ragionamento degli analisti della Cia all’interno della mole di documentazione declassificata nel 2014: “Quello che i sovietici non possono accettare è proprio lo spirito del racconto. Il messaggio umanistico di Pasternak ruota attorno alla centralità della persona, alla sua irriducibile individualità, al peso delle vicende biografiche che esigono rispetto dei diritti umani nelle forme e negli ambiti in cui si manifestano. Tutto questo non dipende dal grado di lealtà o dedizione all’edificazione o alla difesa delle ragioni di uno Stato. Ecco, il contenuto che attraversa le pagine del romanzo mette chiaramente in discussione l’etica sovietica della subordinazione dell’individuo al sistema comunista”. E per questo interessa i servizi di mezzo mondo che, come in una lunga e controversa spy story, iniziano a lavorare per avere accesso al dattiloscritto cercando interlocutori e possibili editori interessati. Lo stesso Pasternak del resto si era mosso in tal senso sin dal 1956, convinto che il romanzo non sarebbe mai uscito in patria avversato dalle logiche della censura di regime. L’autore si muove tra sostegno politico e interesse editoriale: fa circolare copie del dattiloscritto cercando giornalisti in servizio a Mosca, agenti letterari interessati a un’operazione rischiosa. Così facendo il plico prezioso giunge nelle mani di Sergio D’Angelo (suo il libro un comunista italiano, giornalista e agente letterario in contatto con Giangiacomo Feltrinelli. Nel novembre 1957 Feltrinelli pubblica il romanzo nonostante le pressioni contrarie del gruppo dirigente del Pci e delle autorità sovietiche. Una storia nella storia quella delle scelte coraggiose di un editore, delle fortune di un dattiloscritto, delle strade tortuose che portano alle prime edizioni clandestine pronte a circolare nel Paese dell’autore (Carlo Feltrinelli Senior Service, 1999). E così nei primi giorni di settembre 1958 un agente segreto olandese fece passare un plico, avvolto in una carta marrone, contenente le prime copie in russo del romanzo censurato; la vedova ne conserva gelosamente copia: «Sapevo che dentro quel pacco c’era qualcosa d’importante che mio marito doveva proteggere e affidare a mani sicure». Il piano prevedeva la consegna di centinaia di esemplari a cittadini sovietici visitatori dell’esposizione universale di Bruxelles; l’autore con soddisfazione ne ha notizia e s’informa scrivendo a un amico a Parigi: “Mi arrivano voci su copie del Dottor Živago in originale circolate nei giorni dell’esposizione internazionale” nei pressi del padiglione del Vaticano frequentato da emigrati di origine russa. E dai documenti d’intelligence sembrerebbe che un esemplare nelle mani della Cia avrebbe rilanciato le ragioni della diffusione clandestina. La trama delle voci s’infittisce, i telegrammi parlano di copie non identificabili e di uno scontento mal celato nella dialettica tra editori veri o presunti in cerca del dattiloscritto nelle sue versioni diverse, anche «pieghevole per nasconderlo più facilmente». Dopo il passaggio controverso all’esposizione nella capitale belga la Cia decide di stamparlo in proprio in lingua russa, inventando un finto editore: versione tascabile distribuita agli studenti che partecipano nel 1959 al Festival mondiale della gioventù che si tiene a Vienna. Il suggerimento a chi lo prende in mano provenendo dal mondo comunista è inequivocabile: “Leggetelo ma senza portarlo a casa”. Sono i canali più diretti di una guerra fredda culturale che non si esaurisce in un tentativo isolato. Un investimento cospicuo, oltre dieci milioni di libri e giornali messi in circolazione nel blocco orientale “convinti che la letteratura potesse avere un effetto in mondi diversi”: George Orwell, James Joyce, Vladimir Nabokov, Ernest Hemingway entrano nelle dinamiche di un programma di lotta al modello comunista. Una sorta di competizione sulle idee, sulla persuasione attraverso un soft power in grado di mobilitare (queste le intenzioni della campagna) energie e intelligenze.
Pasternak venne insignito del Nobel nel 1958, costretto dalle autorità sovietiche a rifiutarlo. Il suo romanzo, un grande successo internazionale, esce in Urss solo nel 1988 in piena perestrojka, quasi trenta anni dopo la morte dell’autore.
La letteratura come un’arma potente, un canale di comunicazione e di confronto. Quando nel 2015 Svetlana Aleksievic ottiene il Nobel si torna a parlare di una dialettica nascosta: da una parte i libri d’inchiesta sul Novecento sovietico, dall’altra le accuse di essere stata un’agente della Cia. Qualche osservatore azzarda il paragone con il caso Pasternak. Mondi diversi, imparagonabili. Ciò che forse li unisce è la forza del pensiero critico, l’impossibilità di chiudere le idee in un recinto, il nesso inscindibile tra letteratura e libertà.