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 2017  aprile 02 Domenica calendario

I milionari della Casa Bianca

NEW YORK Siamo straricchi e ce ne vantiamo. «Un gruppo di individui di straordinario successo»: così il portavoce della Casa Bianca presenta l’elenco delle ricchezze della squadra Trump. Esibendole come un trofeo, la prova che loro sono competenti per governare l’America. Il vanto è esagerato perfino sul primo aspetto, quello monetario. Nella superpotenza capitalista la somma di tutti i patrimoni dichiarati dai 180 collaboratori del presidente arriva a 12 miliardi di dollari: è “soltanto” poco più della metà di quel che possiede l’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg. Se osservati dalle sommità del capitalismo americano – Bill Gates ha una ricchezza di 86 miliardi – i vanagloriosi della Casa Bianca sono appena dei medio- ricchi. Ma l’esibizionismo fa parte dell’aureola di Donald Trump e non è mancato nell’operazione “financial disclosure” che ha reso pubbliche le finanze di tutti i suoi collaboratori. Trasparenza finanziaria molto parziale, in verità, visto che manca proprio il numero uno, quel presidente fanfarone che probabilmente ha vantato in pubblico una ricchezza dieci volte superiore a quella che ha.
Resta il fatto – certificato dall’agenzia d’informazione dello stesso Bloomberg – che questa Casa Bianca ha il diritto di fregiarsi almeno di un titolo: «La più ricca della storia». Ai primi posti nella classifica interna c’è la coppia della First Daughter e del Primo Genero: Ivanka Trump e Jared Kushner valgono 741 milioni, e vista la giovane età il successo qui c’entra poco, è quasi tutta roba ereditata dai genitori. Poi c’è un ex banchiere di Goldman Sachs (uno dei tanti), Gary Cohn che dirige la squadra dei consiglieri economici: la sua ricchezza è valutata tra i 252 e i 611 milioni. Della mente diabolica Stephen Bannon, l’influentissimo consigliere presidenziale di estrema destra, veniamo che ha guadagnato 2,3 milioni in un anno e gran parte sono pagamenti da comitati elettorali e altre organizzazioni politiche.
L’informazione fornita dalla Casa Bianca brilla più per le lacune e l’opacità. In perfetta sintonia con il capo supremo, che per tutta la campagna elettorale si è rifiutato (e si rifiuta tuttora) di pubblicare le proprie dichiarazioni dei redditi come tutti i presidenti e i candidati fanno da 40 anni. Anche il “financial disclosure” dei suoi collaboratori più stretti, offre molte meno informazioni di quelle che sono contenute nella dichiarazione dei redditi. A cominciare da quella essenziale: quante tasse pagano questi signori e signore (nel caso di Donald, solo grazie a qualche limitato scoop giornalistico, sappiamo la risposta: pochissime). Ma gli elettori – almeno quelli repubblicani – hanno dimostrato di oscillare fra tre atteggiamenti: benevola indifferenza sulle questioni fiscali; simpatia e ammirazione verso il businessman di successo; cinismo sul “così fan tutti” (vedi le parcelle di Goldman Sachs a Hillary Clinton). E questo include anche tanti metalmeccanici che lo hanno votato.
La “financial disclosure” getta nuova luce sul tema dei conflitti d’interessi. Per Ivanka e marito, tornano a galla i legami debitori con tante banche di Paesi esteri, inclusi quelli che Trump minaccia di guerra commerciale: dalla Cina alla Germania. C’è anche di mezzo una banca israeliana sotto inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia per avere aiutato facoltosi clienti a evadere le tasse. Altri interrogativi sul conflitto d’interessi riguardano l’azienda Trump in quanto tale, come possibile vettore di favori e tangenti occulte: i governi stranieri possono affittare camere o saloni di ricevimento nei vari hotel del gruppo a prezzi stratosferici, come gesto di generosità e per accattivarsi la benevolenza dell’Amministrazione. Poi c’è il pericolo dell’insider trading: tutta questa gente maneggia portafogli azionari che possono salire o scendere in conseguenza di annunci e decisioni che dipendono da loro stessi. Le leggi in materia si rivelano molto più inadeguate di quanto si poteva credere. Non sarà Trump a lamentarsene, né a cercare di migliorarle. E la sua risposta ai giornalisti che vogliono più trasparenza (vera) rimane invariata: «It’s none of your business». Non sono affari nostri.