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 2017  aprile 02 Domenica calendario

L’amaca

Come mai un luogo che è il baricentro del Paese è sentito dai governanti come una lontana periferia?», si chiede Paolo Rumiz partendo per il suo viaggio nell’Appennino terremotato. È una domanda fondamentale e non riguarda solamente «i governanti», ma l’identità nazionale nel suo complesso: l’idea che abbiamo di Italia, la sua rappresentazione mediatica, la sua immagine allo specchio.
Uno sguardo aereo sulla penisola fa capire che l’Appennino ne costituisce non solo la spina dorsale, ma la porzione più grande: l’Italia è il Paese più montuoso d’Europa. Ma le grandi città sono nelle poche pianure e in riva al mare, e le fabbriche quasi tutte nella sola piana estesa, quella del Po, quel triangolo che, nelle immagini satellitari, è illuminato per intero, come Manhattan; mentre l’Appennino è buio. L’evo industriale ci ha portati a un processo di inesorabile rimozione della natura (la zona buia). L’Italia è scesa in pianura e ha abbandonato vallate, crinali e borghi. Non ne sa più nulla, o quasi nulla. Di qui molti dei dissesti, delle omissioni, delle catastrofi. Esempio: che sia in corso, nell’Appennino nord-occidentale, una siccità epocale, con i pozzi secchi e i fiumi vuoti, gli italiani non lo sanno. Se non i pochissimi rimasti a guardia di pozzi e fiumi, su in montagna.