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 2017  aprile 01 Sabato calendario

«Lo sport non è più la mia priorità preferisco vivere». Intervista a Niccolò Campriani

Da domani lo sport agonistico non sarà più la mia priorità numero uno. Sapevo da tempo che questo momento sarebbe arrivato. O meglio, lo sentivo. E adesso che è arrivato, in queste ore immediatamente successive al mio congedo dal gruppo sportivo della Guardia di Finanza, sento il dovere e il bisogno di dare qualche spiegazione a quanti in questi anni mi hanno seguito, voluto bene e, magari anche senza conoscermi, hanno capito quello che stavo facendo ogni volta che imbracciavo una carabina.
Negli ultimi quattro anni, diciamo da dopo le Olimpiadi di Londra, sentivo un moto continuo dentro di me che montava ad ogni gara, ad ogni colpo, ad ogni respiro. Ho capito con chiarezza di cosa si trattasse soltanto dopo Rio: era la voglia di vedere cosa ci fosse oltre il bersaglio, era il bisogno di ampliare l’orizzonte del mio sguardo oltre il mirino di una carabina. Una necessità che si faceva più materiale, concreta, palpabile.
Ho sempre saputo che non era soltanto aria quella che riempiva i 50 metri tra la mia carabina e il bersaglio, ma l’insieme dei miei fantasmi, delle mie paure e delle mie ambizioni; così come ho sempre saputo che quel puntino bianco su fondo nero, là in fondo, non era il pulsante che apriva la porta d’accesso verso la gloria, la medaglia e gli applausi, ma la sintesi o forse la metafora del mio vero obbiettivo. Che è sempre stato la ricerca di un punto di equilibrio tra l’uomo e l’atleta. L’uomo, con le sue necessità intellettuali ed esistenziali; e l’atleta, con la sua voglia di agonismo e adrenalina, la sua continua ricerca del gesto perfetto.
E così ho cercato di curare entrambi gli aspetti della mia persona. Oltre ad allenarmi e a gareggiare, mi sono laureato, ho fatto master, stage, progetti. Magari in questi anni di allenamenti continui e di sacrifici “olimpici” ho mitizzato troppo il mondo fuori dal poligono e i suoi richiami. Ma finché non mi ci immergerò completamente non potrò dirlo.
Fatto sta che dopo l’ultimo colpo sparato a Rio ho sentito che l’uomo reclamava all’atleta altro spazio. E dovevo procedere con coerenza. Ho valutato molte strade, alcune – le più affascinanti – mi avrebbero portato lontano. Troppo. A San Francisco e nella Silicon Valley, per esempio. Non me la sono sentita di sottrarre altra attenzione e affetto a Petra, la mia fidanzata, e alle persone a cui voglio bene. Così – per la gioia di mamma e babbo – ho preferito valutare progetti più vicini, che con un po’ di fortuna e molto lavoro, spero di realizzare nel migliore dei modi. Questo non significa che oggi smetto di tirare. Significa soltanto che ho invertito le mie priorità: prima ero un tiratore che faceva l’ingegnere. Oggi sono un ingegnere che pratica il bellissimo sport del tiro. A quale livello? Non lo so, non credo sia la domanda più importante, per me, ora. Magari tra un anno avrò realizzato i miei progetti e allora la mia nuova sfida potrebbe essere quella di partecipare a Tokyo 2020. Certo non potrò essere preparato per una disciplina tanto impegnativa come la “tre posizioni”, ma per l’aria compressa potrei fare in tempo. E magari riuscirei a gareggiare in coppia con Petra.
Tempo fa, per Repubblica, ho commentato l’addio di Nico Rosberg dalla Formula 1. Mentre scrivevo mi tornò in mente una frase che Michael Jordan pronunciò nel suo discorso di addio. Parole che trovo perfette, oggi: «Quando dico “mi ritiro” in realtà sto annunciando che da domani sono libero di fare tutto quello che voglio. Quindi se un giorno sentirò il desiderio di tornare a giocare sarà perché avrò di nuovo voglia di farlo, forse più avanti sarà la nuova sfida di cui avrò bisogno nel corso della mia vita».