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 2017  aprile 01 Sabato calendario

La fermata del metrò come un museo. Roma regala al mondo un’altra grande bellezza

ROMA Una Venere tagliata in due e murata eppure ancora bellissima, i resti di una monumentale opera di ingegneria idraulica, monete e il gioiello di una fanciulla romana, frammenti di vita agricola di 1900 anni fa. Insomma, sul modello e anche più avanti rispetto alle fermate del metrò tematizzate “ad arte” di Parigi con il Louvre o di Berlino con la Museumsinsel, a Roma ora il museo fatto ad hoc per i viaggiatori c’è. E la stazione pure. Peccato manchino i treni con i loro pendolari: elementi insostituibili della stazione/ museo della metro C di San Giovanni.
Con sei anni di ritardo rispetto al cronoprogramma, ieri i costruttori riuniti in Metro C Spa (Astaldi e Vianini detengono il 34,5 per cento ciascuno, gli altri sono Ansaldo, 14 per cento, e due coop) hanno consegnato alla sindaca Virginia Raggi la stazione scavata nella memoria. E oggi i romani, innanzitutto i condomini di largo Brindisi e piazzale Appio che per dieci anni sono stati sequestrati in casa dal cantiere infinito, potranno percorrere il “Viaggio nella storia”. Ossia visitare, soltanto questo sabato, i tremila metri quadri della stazione/ museo, scendendo per tre piani, fino ai binari dove, se il Comune di Roma manterrà il suo impegno, per l‘autunno arriveranno gli avveniristici treni senza guidatore che già viaggiano dalla periferia Est e si fermano, dopo 18 chilometri e 22 stazioni, alla fermata Lodi, a un chilometro da San Giovanni e dal collegamento con la vecchia linea A, la rossa.
Il capolinea a Est della verde si chiama “Pantano”. Quello di San Giovanni è stato costruito su un pantano, solidificato e stratificato dalla preistoria ad oggi fuori porta San Giovanni, subendo le esondazioni dell’Acqua Crabra, uno dei tanti fiumi spariti a Roma. E azzurro è il colore dell’impianto grafico dell’atrio della stazione, dove a otto metri sotto il livello stradale si espongono, e vengono spiegate, le più recenti, dal XIX al XVI secolo, delle ventuno stratificazioni rinvenute durante gli scavi degli archeologi e degli operai di Metro C.
Si scende lungo i gradini di un altro livello ed ecco che il colore diventa rosso pompeiano: nel piano di collegamento con la metro A il museo mostra infatti la Roma imperiale. E l’attenzione è concentrata sull’azienda agricola del primo secolo che ha lasciato la straordinaria testimonianza di alberi di pesco ma anche alcuni legni di copertura delle condotte che alimentavano la gigantesca vasca (metri 30x70, uno iugero romano) della fattoria imperiale. Altra umilissima perla, le menadidi antefisse in terracotta uscite fallate dalla fabbrica e riutilizzate da fattore come canalette. Il viaggio finisce con i disegni verdi, floreali, per il piano dei binari: – 27 metri. Alle radici della (prei)storia.
La stazione/belle arti che è costata 75 milioni (due spesi per l’allestimento) e che il soprintendente Francesco Prosperetti spera di esportare per la fermata Colosseo, la cui apertura è immaginata per il 2021, è un museo a sé stante. Non legato a una collezione in superficie, come avviene nelle altre capitali mondiali. Per questo, quello di Roma è un museo tanto più unico. Ma per farlo partire ci vogliono i treni. E il fischio d’avvio lo deve dare l’Atac dei bus vecchi che prendono fuoco e dei filobus nuovi ma già fermi.