la Repubblica, 1 aprile 2017
«I mammut rivivranno nel Pleistocene Park e salveremo il clima»
ROMA Ci salverà dal riscaldamento globale un gigante zannuto che proprio per colpa delle nostre lance si è estinto oltre 4.000 anni fa: il mammut lanoso. O almeno così credono due scienziati russi, Sergey Zimov e suo figlio Nikita, che da vent’anni inseguono il sogno di riportare il colosso preistorico a calpestare la tundra siberiana, per riconvertirla, abbattendo gli alberi a spallate, in quella steppa preziosa per ridurre i gas serra.
È un’idea folle e scientifica al tempo stesso – chi oggi sta cercando di far rinascere il mammut per gli Zimov è l’autorevole genetista George Church di Harvard – e ha un nome evocativo: Pleistocene Park. Si chiama così una landa di 160 chilometri quadrati nella Siberia nordorientale, vicino a Cherskii.
«L’obiettivo è rallentare lo scioglimento del permafrost, quel terreno congelato che oggi trattiene quantità enormi di anidride carbonica, più dell’Amazzonia» spiega a Repubblica Nikita Zimov, direttore della Northeast Science Station. «Qui è in atto da sempre una lotta tra alberi e erba. Da secoli hanno vinto gli alberi, e questo è un problema: più scuri dell’erba, assorbono più calore dal Sole. Unita al cambiamento climatico, questa è una ricetta per il disastro: quando la temperatura salirà di 3 gradi, il permafrost si scioglierà e qui tutto diventerà un acquitrino marrone che attirerà ancora più calore».
La salvezza, invece, ha il colore verde chiaro: «Ci vogliono meno alberi e più praterie. E quindi moltissimi animali erbivori, preziosi perché trasportano i semi nei loro stomaci e riciclano rapidamente i nutrienti del suolo».
Per questo gli Zimov hanno portato nel parco, a loro spese, oltre 70 tra bisonti europei, cavalli di razza Yakut, alci e buoi muschiati. E ne aggiungeranno altri grazie a una raccolta fondi su Kickstarter, in attesa dei mammut. «Church ha isolato dal genoma del mammut i 45 geni più utili a sopravvivere sottozero: il pelo folto, il grasso sottocutaneo, orecchie e coda piccole e il sangue dotato di un “antigelo” naturale» spiega Zimov «Il suo piano è inserire quei geni nel Dna di un embrione di elefante asiatico, la specie più vicina al mammut. E avere così un ibrido, ossia un “mammufante”».
La parte genetica del progetto, secondo Church, sarà pronta in due anni. Ma per non usare il grembo di un’elefantessa asiatica, specie già in pericolo, Church metterà l’embrione in un utero artificiale. Esperimento inedito e dall’esito incerto, che potrebbe allontanare di un altro decennio il traguardo.
«Anche Pleistocene Park è un esperimento» sottolinea Zimov. «E la Siberia è il posto giusto per farlo in tranquillità, perché qui abbiamo enormi distese libere e poco attraenti per insediamenti umani. Ciò ci permetterà anche, una volta ripopolata questa parte di Siberia artica di erbivori, di portare qui anche i carnivori utili a mantenere l’ecosistema in equilibrio».
Certo, la star ideale sarebbe il pachiderma venuto dal passato. «Calpestando la neve al loro passaggio, i mammut la compatteranno e ridurranno il suo effetto isolante, così il permafrost, più esposto ai venti gelidi, durerà di più» spiega Zimov.
Quanto ci vorrà? «Grazie alla biotecnologia Church, in teoria, potrebbe ottenere migliaia di mammut in pochi anni, cosa impossibile se si partisse da una coppia di mammut genuini, per il loro lungo ciclo di vita».
Ma se fallisse? «Pleistocene Park può andare avanti anche con gli altri erbivori. E si potrebbe provare a far adattare al freddo gli elefanti in modo naturale, processo che però sarebbe lentissimo». E l’effetto serra non aspetta.