La Stampa, 3 aprile 2017
Tra i filo nazisti della Slovacchia: «Vinceremo noi, l’Europa sparirà»
La strada che allontana la Slovacchia dall’Europa è quella che da Bratislava corre verso Banska Bystrica attraversando Nitra, Vranov, l’Est rurale del Paese dove il Partito popolare di estrema destra Slovacchia Nostra (Lsns) governa dal 2013.
E alle elezioni parlamentari dello scorso marzo ha incassato la maggior parte di quell’oltre 8% con cui ha guadagnato i suoi primi 14 deputati. È un viaggio nel tempo, alle radici di un nazionalismo che rimpiange monsignor Tiso, il primo cattolicissimo presidente slovacco nonché il collaborazionista sotto cui furono deportati 70 mila ebrei. Alle spalle restano la capitale, le fabbriche di automobili straniere, l’agricoltura meccanizzata: davanti c’è qualche ciminiera locale sopravvissuta al ’900, tanti campanili, pile di alberi tagliati in barba all’ambientalismo che l’Lsns considera vezzo intellettuale al pari dell’«arte degenerata».
Cosa farebbero i durissimi se a fine anno il loro leader Marian Kotebla fosse riconfermato governatore o se, come ipotizza il politologo Jaroslav Nad, alle prossime parlamentari arrivassero al 16% avvelenando di populismo tutti gli altri partiti? Ci risponde il numero due Milan Uhrik, 32 anni, studi di economia, camicia viola, l’unico che mastichi l’inglese e voglia parlare: «Non abbiamo fretta, non entreremo in nessuna coalizione, se tra due o tre tornate avremo la maggioranza e l’Ue esisterà ancora faremo un referendum per uscire e poi un altro contro i criminali dell’Alleanza Atlantica». Nel 2014 il già presidente regionale Kotebla espose al balcone del suo ufficio sulla bella piazza di Banska Bystrica lo striscione «Fuori dalla Nato, Yankee go home» e due anni dopo, sempre qui dove il monumento alla memoria dell’Armata rossa affianca la statua della Madonna e la frequentatissima cattedrale, srotolò una grande bandiera russa accanto a quella slovacca. Non c’e traccia del vessillo europeo.
«Tutto è iniziato nei primi Anni 90 come controcultura giovanile, il rock, gli skinheads neri moltiplicatisi dopo la caduta del regime, Kotleba è riuscito a crearsi uno spazio politico che raccoglie varie sigle e risulta convincente per il 25% dei giovani» spiega l’esperto di estremismo ed ex consulente del ministero dell’Interno Daniel Milo. Uhrik ignora le critiche del «sistema», giura che la simpatia per Tiso non c’entra con l’Olocausto ma è «devozione per il primo presidente slovacco» e liquida con un sorriso il fatto che tra i candidati non eletti dell’Lsns ci fosse il cantante della band «Juden mort» (morte agli ebrei).
L’identikit dell’elettorato di Kotebla è più complesso di quello della famiglia con tre bambini a passeggio domenicale per Baska Bytrica che capisce solo il nome del governatore e fa un ok compiaciuto con la mano. Secondo i sondaggi il 70% ha meno di 40 anni, l’8% ce l’ha con i migranti e oltre l’80% compara il proprio stipendio da 600 euro al mese ai «corrotti» dei partiti mainstream. C’è in giro «un’insicurezza sociale ed economica cronica», dice la sociologa Zuzana Kusá, che forse spiega anche quel 28% di nostalgici del socialismo e quel 40% desideroso di un leader forte (sebbene solo il 35% voglia uscire dalla Ue di cui la Slovacchia è membro dal 2004).
«Due vettori danno linfa a questi nazi-fascisti, la rabbia contro quella parte di sistema corrotta che è passata dagli Anni 30 al socialismo alla democrazia mantenendo tutti i suoi privilegi e il problema reale dei rom, il 10-15% della popolazione divenuto in tempo di crisi il paradigma dello straniero» nota lo studioso della destra Radovan Branik al PantaRehi di Bratislva, uno dei caffè della capitale che l’Lsns addita come l’alter ego del popolo, la quintessenza dell’intellighenzia, l’abisso tra città e provincia.
A Banska Bystrica, la capitale della regione dove la disoccupazione è al 18% (il doppio della media nazionale), le contraddizioni vengono al pettine. La città è ordinata, pulita, accanto al Museo dell’insurrezione slovacca ci sono le foto degli ebrei deportati: rom, qui in grande numero, non se ne vedono, ma sono nell’aria.
«Non vogliamo migranti perché abbiamo già i rom, un corpo asociale che non vuole lavorare e vive prendendo sussidi per i figli» continua Uhrik. Un anno fa hanno lanciato le ronde sui treni per proteggere i connazionali «ignorati dalla polizia». Sarebbero fuorilegge adesso, ma Uhrik fa spallucce: «Non ci possono impedire di salire a bordo, portiamo la maglietta verde con il nostro simbolo e la gente è felice di vederci».
Dal 2014 il tema dei migranti è esplosivo in Slovacchia e l’identità cristiana già forte si è accentuata per paura dell’islam, ma le richieste di asilo sono una trentina l’anno e i musulmani meno di 5 mila: una delle rarissime ragazze velate di Bratislava è stata attaccata sei volte nel 2016.
«Abbiamo un’altissima fuga di cervelli che lascia qui solo i giovani più chiusi di mente, il vento anti sistema galoppa e il 25% dei partiti in parlamento è già populista» ragiona il 26enne giornalista del quotidiano Sme Roman Kuprik.
L’Lsns fornisce un’identità, conferma chi lo vota. Viliam, 22 anni, operaio, vorrebbe che le industrie straniere se ne andassero perché «sono qui solo per pagare meno la manodopera locale». Dagmar, 38 anni, impiegato, è un ex elettore deluso del Partito socialdemocratico Smar. Ivan, 24 anni, ha paura che la ragazza sia molestata «dai rom o dai musulmani». Milan Uhrik conosce il loro disagio: «Pare che quanto di peggio ti possa capitare oggi è essere uomo, bianco, eterosessuale. Basta».
Cresceranno? I sondaggi suggeriscono di fare attenzione a quel 40% di astensionisti. E non tanto perché, com’è convinto Branik, «la Russia soffia sul fuoco dell’anello debole dell’Est europeo». Un rapporto dei servizi polacchi parla di soldi arrivati da Mosca, ma per ora di certo ci sono solo i fondi pubblici ottenuti con il governatorato prima e con le ultime elezioni, da cui l’Lsns ha avuto 5 milioni di euro. «Per la loro storia i giovani slovacchi non possono avere uno sfogo ribelle a sinistra e il bisogno di essere controcorrente trova sbocco solo nella destra estrema» chiosa Tomas Nociar, docente di Scienze politiche a Bratislava. Al cimitero Martinsky c’è la lapide di monsignor Tiso, sebbene il corpo sia stato sepolto in un luogo segreto dopo l’impiccagione nel 1947: ci sono tanti fiori freschi, «ogni giorno ne portano di nuovi» dicono. Una corona recita «Avanti insieme», il simbolo è quello dell’Lsns.