Corriere della Sera, 2 aprile 2017
La magia della bacchetta. Intervista a Ezio Bosso
Seduto al piano, le mani sulla tastiera ad accarezzare l’Arioso di Bach. Ti accoglie così Ezio Bosso, con una delle musiche più struggenti, nella sua abitazione di Bologna. Dove si entra a pianoterra ma subito si vede il cielo, perché il soffitto altissimo è chiuso da un lucernaio che illumina una serie di spazi insoliti, archi, cupole e un balconcino affacciato sul salone come un pulpito. «Era un tempio massonico» spiega lui, che non ama le convenzioni neanche nelle case e qui vive con quattro Basset Hound beneducati, accomodati sui sofà. «Bach gli piace molto» assicura Bosso, che intanto si è spostato sulla sedia a rotelle.
Pianista, compositore, direttore d’orchestra. Una carriera avviatissima con orchestre prestigiose. Poi la malattia neurodegenerativa che sembra metter fine a tutto.
«I primi sei mesi sono stati spaventosi. Non potevo più parlare, né muovermi. Persino ascoltare mi faceva male. Poi le cure, la voglia di farcela, le persone che mi vogliono bene, mi hanno aiutato a recuperare in parte le forze. La musica è tornata nella mia vita».
Prima da pianista e ora, dopo sette anni di assenza, di nuovo sul podio. Da ottobre direttore principale ospite del Comunale di Bologna, l’altra sera applauditissimo a Lucerna, il 1° giugno a Mantova con Schubert, il 5 a Bologna per l’apertura del G7, a luglio a Roma con Santa Cecilia e Beethoven.
«Ogni volta si ricomincia. È il bello di questo mestiere. Il primo tentativo è stato con l’Orchestra della Fenice e un programma da Bach a Mendelssohn... a Bosso. Un mio concerto per violino, solista Sergej Krylov. Avevo paura, non sapevo se il corpo avrebbe retto. Alla fine non sono svenuto, il concerto è stato molto applaudito, registrato dalla Sony in un album live di prossima uscita. Mi sono detto: si può fare».
Anche se lo sforzo è grande, per raggiungere il podio deve essere portato a braccia, deve usare un seggiolino con uno speciale sostegno...
«Non è facile, ma dalla mia ho una grande alleata, la musica. Insegna a esplorare il nostro corpo, a trovare nuove strade. Il limite sollecita la creatività, non va combattuto, va compreso. E da problema la malattia può trasformarsi in opportunità. Ho imparato a vivere in un altro modo, a gestire le contrazioni, a dirigere non solo con il gesto ma con gli occhi, la bocca... La bacchetta è davvero magica, ha il potere di creare dal nulla la bellezza. E poi la musica la si fa insieme, ascoltandosi l’un l’altro, creando empatia».
Il contrario del direttore dittatore...
«Nessuno è superman, tutti siamo persone. Chi sta sul podio è lì per far suonare gli altri al meglio. Un direttore maieutico è più interessante di un dittatore».
È la lezione di Claudio Abbado. Anche lui capace di tramutare il suo male in occasione di nuova vita.
«Ho avuto la fortuna di essere stato suo amico. L’ho conosciuto nel 1991, quando suonavo nella Chamber Orchestra of Europe. Mi ha fatto capire cosa vuol dire suonare insieme. Poi che la musica può andare oltre il male, rendendoci più consapevoli della dimensione spirituale della vita».
Salire sul podio dopo esser stato nelle fila di un’orchestra cambia la prospettiva?
«Certo. Ti senti subito loro amico, conosci le loro esigenze. Propongo la mia lettura e poi li sollecito a partecipare. Mi piace dire che dirigo il piano e suono con l’orchestra».
Ha amato anche il rock...
«Ho 45 anni, faccio parte di quella generazione cresciuta con il rock, pure Simon Rattle da ragazzo suonava in una band. La mia passione resta comunque la classica, la mia vocazione il podio. A 5 anni, quando mio padre metteva il disco del Coro dell’Armata Rossa già mi sbracciavo fingendo di dirigerlo».
Poi però è finito a suonare il contrabbasso.
«La mia era una famiglia operaia, la musica era vista come un lusso. Un contrabassista aveva più chance di trovar lavoro di un pianista o un direttore».
La sua partecipazione a Sanremo nel 2016 ha suscitato entusiasmi e critiche.
«Devo ammettere, è stata un fallimento. Visto l’interesse suscitato, i 14 milioni di spettatori, mi aspettavo che questo spingesse la Rai a dare spazio maggiore alla musica di qualità. Che invece resta relegata in orari notturni. D’altra parte quel successo mi ha spinto a partire in tour. In un anno quasi 100mila italiani, in gran parte digiuni di classica, hanno ascoltato Bach, Chopin... Ma il lato più doloroso è stato venir considerato da alcuni un fenomeno da baraccone».
Alla fine, cos’è la musica?
«È un rito magico, ci fa star bene, ci rende perfino più belli. Quando suoni trascendi te stesso, dimentichi il tuo corpo. Per questo continuerò fino all’ultimo, finché potrò alzare il braccio».