Corriere della Sera, 2 aprile 2017
La Pop Art perde James Rosenquist uno dei suoi padri
Non a caso, in occasione della mostra From the collection conclusasi lo scorso 19 marzo, per celebrare gli anni gloriosi della Pop Art e uno dei periodi meglio rappresentati della collezione (quello tra il 1960 e il 1969) il Moma di New York aveva scelto proprio F-111. Del 1964-65, è una delle sue opere belle, coloratissime, piene di significati politici e di poesia decisamente contemporanea. Perché James (Albert) Rosenquist (nato a Grand Forks, Nord Dakota, il 29 novembre 1933 e scomparso venerdì a New York dopo una lunga malattia) è considerato a ragione uno dei padri-pionieri della Pop Art al pari dei più noti Andy Warhol o Roy Lichtenstein. Un percorso, il suo, incominciato con gli studi all’Art Student’s League di New York e passato poi attraverso i primi lavori realizzati utilizzando grandi cartelloni pubblicitari. Sui quali, anno dopo anno, mentre cresceva anche la sua ispirazione, si andavano sempre più ingigantendo particolari solo all’apparenza insignificanti: Rosenquist li «rubava» al cinema, alla tv e alla nostra modernità quotidiana, da Marilyn e da Joan Crawford, dalla Ford, dalla Pepsi. E ne dava, secondo i critici, «una rappresentazione accattivante ma frammentata».
Come ai suoi «colleghi» della Pop, questo non ha impedito neppure a Rosenquist di affrontare con decisione e coraggio anche temi più specificamente socio-politici ( President Elect, 1960-64, dedicato a Kennedy). Come appunto F-111, uno dei più grandi al mondo (304,8 x 2.621,3 centimetri divisi per 23 pannelli), ispirato alla guerra del Vietnam e che raffigura un aereo da caccia americano accanto a oggetti e simboli frammentati, da un piatto di spaghetti a un fungo atomico. Un quadro cominciato nel bel mezzo di uno dei decenni più turbolenti degli Stati Uniti e della storia contemporanea. Un tema, un soggetto e un titolo scelti da Rosenquist – come avrebbe spiegato – «per volare attraverso le contraeree della società dei consumi e mettere in discussione la collusione tra la macchina di morte del Vietnam, il consumismo, i media e la pubblicità».