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 2017  aprile 02 Domenica calendario

I dizionari e le bollette dell’Enel. Tullio De Mauro intellettuale civile

Non posso parlarvi di Tullio De Mauro linguista, né riuscirei, considerato ciò che ci univa, a parlarvi, con il necessario distacco, della persona. Cercherò, invece, di riflettere su quale tipo di intellettuale egli fosse.
1954–2016: in queste due date, in questi 62 anni, è racchiusa una prodigiosa attività di studioso. Autore di quasi mille scritti, senza includere quelli giornalistici, sul «Mondo» (1956–1964), «l’Espresso» (1981–1991), «Paese Sera» (1965–1981), «Nord e Sud» (dal 1955), «Critica liberale» (dal 1954) e, più occasionalmente, su altri giornali. Impegnato in ricerche più strettamente specialistiche, come quelle sull’accusativo e il dativo in greco, quello sulla fine dei neologismi, quelli sulla semantica di parole come democrazia, classe, arte, mimo. Un esordio come Minerva armata dal cervello di Giove, con l’ineguagliata Storia linguistica dell’Italia unita (1963, tante volte riedita), seguita a cinquant’anni di distanza dalla Storia linguistica dell’Italia repubblicana (2014). Curatore di dizionari della lingua italiana, dal Grande dizionario a quello dei sinonimi e dei contrari, a quello delle parole del futuro a quello delle parole dell’uso.
Non c’è angolo della nostro dire e del nostro pensare che Tullio De Mauro non abbia scandagliato, il linguaggio della televisione e quello della scienza, quello del diritto e quello dei banchieri, quello dei poeti e quello dell’economia, quello della burocrazia e quello delle bollette, quello del computer e quello della Costituzione. La lingua, la sua storia, i dialetti, l’insegnamento della lingua, e quella parlata e quella scritta, le culture che si esprimono attraverso la lingua, fino all’educazione e alla scuola, alla lettura, alla lessicologia, alla storia della linguistica: questi sono stati al centro dei suoi interessi.
Ma tutta quest’attività non racchiude interamente la sua opera, perché Tullio De Mauro non è stato solo un ricercatore e un insegnante, è stato anche quello che gli inglesi chiamano public moralist e gli americani public intellectual, una figura contrassegnata dalla capacità di far sentire la propria voce fuori dalla ristretta cerchia degli specialisti, dall’impegno nel ricordare ai propri contemporanei alcuni ideali e da una relazione stretta con la sfera pubblica. Antonio Gramsci ne aveva additato uno, chiamando Benedetto Croce «papa laico». A questa schiera hanno appartenuto più tardi Norberto Bobbio e Umberto Eco, non a caso quest’ultimo particolarmente legato a De Mauro.
Croce, Bobbio, Eco, De Mauro sono stati, innanzitutto, chierici che non hanno tradito: hanno coltivato il proprio orto, continuando senza sosta il proprio mestiere (non solo quello di studiosi ma anche quello di formazione dei futuri studiosi, perché non è solo il bravo maestro che fa il buon allievo ma anche il buon allievo che fa grande il maestro), ma hanno anche alzato la propria voce su altri temi, per un altro e più largo pubblico, portando fino ad esso giudizi e idealità maturati nella loro attività specialistica.
Di questo legame più vasto è un segno il dialogo intessuto, da vicino o da lontano, da De Mauro con Mario Lodi, con Pier Paolo Pasolini, con don Milani, con Sebastiano Timpanaro, con Gianni Rodari, con Andrea Camilleri, con Carlo Bernardini, con Emilio Garroni, con Leonardo Sciascia, con Alberto Asor Rosa, per non dire delle filiazioni intellettuali con Carlo Cattaneo, Ferdinand de Saussure, Antonio Gramsci.
È la capacità di dare una risposta ai problemi del proprio tempo, che rende possibile questo più vasto dialogo. De Mauro, ad esempio, ci ha aiutato a capire l’Italia, la nostra storia, come parlavamo e pensavamo e come parliamo e pensiamo, e, attraverso la parola, come siamo. La lingua è stata un punto di vista, un espediente per comprendere l’Italia e gli italiani. Ci ha spiegato quanto lento è stato il progresso dell’italiano e dell’unità del Paese. Come italofonia e unità siano andati di pari passo. Quale ruolo abbia avuto la scuola in questo progresso. Come la televisione ci abbia consentito l’ultimo e decisivo passo.
Una terza caratteristica di De Mauro come intellettuale è quella così bene disegnata da Antonio Gramsci in uno dei suoi Quaderni del carcere : «Il modo di essere del nuovo intellettuale [consiste] nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, persuasore permanente». De Mauro, convinto che la lingua sia in funzione dell’eguaglianza dei cittadini e della loro partecipazione al sistema politico, importante per l’accesso non solo al sapere ma anche al potere, come mezzo della democrazia, ha sempre unito la teoria alla pratica, o cercando di migliorare il linguaggio della burocrazia con l’attività da lui svolta per il Codice di stile amministrativo o riscrivendo la bolletta dell’Enel o quale ministro dell’Istruzione.
De Mauro è stato il cultore attento di un campo di studi, l’insegnante sensibile alla formazione dei futuri formatori, il ricercatore con legami con i più vari strati del mondo intellettuale e sociale, il professore capace di interpretare le domande del proprio tempo, il savant impegnato a tradurre in azioni pratiche le proprie idee. Tutto questo ha fatto di De Mauro un intellettuale pubblico, così ascoltato. Al di sopra di questo, c’è, poi, quello che Robert Musil ha chiamato il «mistero dell’insieme». Musil aggiunge, spiegando: «Questa presenza di una forza che supera ciascuna delle singole manifestazioni è il segreto su cui posa tutto ciò che vi è di grande nella vita».