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 2017  aprile 02 Domenica calendario

Quel continente in bilico tra crisi ed euforia

Crediamo di conoscere l’America Latina. I Paesi di tradizione spagnola parlano una lingua che ha molte affinità con l’italiano. L’Argentina, il Brasile, l’Uruguay e, dopo la Seconda guerra mondiale, il Venezuela, hanno attratto importanti ondate migratorie provenienti dalla penisola. Dopo la caduta della monarchia e del fascismo, Buenos Aires in Argentina e San Paolo in Brasile sono diventate la meta degli italiani che avevano qualche motivo pratico o ideale per lasciare il loro Paese. Abbiamo nelle nostre città piazze intitolate ai libertadores latino-americani. Sappiamo che un grande italiano (Garibaldi), prima di combattere per il suo Paese, fece una sorta di tirocinio militare latino-americano. E vi è una città italiana (Milano) che ha ospitato inconsapevolmente per qualche anno la salma di Evita Perón, adorata moglie di un caudillo, Juan Perón, che governò l’Argentina per dieci anni: dal 1946 al 1955 e dal 1973 al 1974.
Ma in realtà la nostra conoscenza è lacunosa e le vicende dei Paesi latino-americani ci colgono quasi sempre di sorpresa. Sapevamo che il Paraguay è stato governato da un dittatore, il generale Alfredo Stroessner dal 1954 al 1989, e credevamo che quella lunga esperienza avrebbe vaccinato i suoi connazionali e garantito al Paese un futuro democratico. Ma il suo attuale presidente, Horacio Cartes, eletto 4 anni fa sulla base di una legge che prevede per il capo dello Stato un solo mandato, vuole conservare la carica e sembra deciso a cambiare la Costituzione: una prospettiva che ha provocato in questi giorni manifestazioni e proteste.
Il caso venezuelano è ancora più complicato. Sapevamo che Hugo Chávez, presidente dal 1999 sino alla morte nel 2013, ha dissipato le straordinarie ricchezze del Paese e creato le condizioni per una colossale inflazione (superiore al 1000%, secondo alcune rilevazioni) che sta divorando quanto ancora rimane della ricchezza nazionale. Ma la sua dissennata generosità ha creato una massa di beneficiati che hanno per il leader defunto una sorta di venerazione religiosa e sono pronti a battersi perché il suo successore, Nicolás Maduro, conservi il potere.
Non potevamo immaginare, tuttavia, che la Corte Suprema del Paese, sia pure soltanto per qualche ora, avrebbe cercato di esautorare il Congresso (dove l’opposizione è maggioranza) e praticamente attribuire a se stessa il compito di governare il Paese.
Maduro si è dichiarato sorpreso: una affermazione poco credibile che sottintendeva tuttavia il desiderio di uscire dalla crisi con un compromesso. Ma dietro questo imbroglio istituzionale vi sarebbero ragioni finanziarie e di politica internazionale. Mentre il governo è disperatamente alla ricerca di denaro per evitare il definitivo collasso delle finanze pubbliche, il Congresso avrebbe rifiutato di avallare un accordo fra la società petrolifera nazionale e il gigante russo Rosneft. Se queste voci, raccolte anche dal Financial Times, fossero confermate, il Congresso avrebbe negato l’approvazione per evitare che il Venezuela, dopo aver finanziato per anni i governi di sinistra del continente, diventasse l’alleato latino-americano della Russia di Putin.
Questi sono soltanto alcuni fra gli enigmi politici latino-americani. Agli inizi del Novecento, e per qualche decennio, alcuni Paesi dell’America Latina (soprattutto Argentina e Brasile) sembravano destinati a diventare un Eldorado economico. Ma tutti i «boom», da quello della gomma in Brasile a quello della carne e dei cereali in Argentina, scoppiavano, prima o dopo, come bolle di sapone. All’inizio degli anni Novanta, in un clima di ottimistica globalizzazione finanziaria, sembrò che il Messico sarebbe stato protagonista del prossimo miracolo economico. Ma non appena i capitali internazionali cominciarono a diffidare della politica messicana, il denaro decise di tornare su mercati più rassicuranti e il Messico, con altri Paesi, precipitò in una crisi che richiese l’intervento del Fondo Monetario internazionale.
Questa continua alternanza fra euforia e pessimismo ha avuto l’effetto di esporre il continente a tentativi rivoluzionari, guerre civili e regimi autoritari.
Il catalogo, cito a memoria, comprende il Brasile della presidenza Vargas e del maresciallo Castelo Branco; l’Argentina di Perón, dei montoneros, dei generali e della guerra sporca; il Cile di Allende e Pinochet; la Cuba di Fidel Castro e Che Guevara: la Colombia della lunga guerra fra il governo e il narco-Stato delle Farc (Forze armate rivoluzionarie); il Perù di Alberto Fujimori; il Guatemala del colonnello Jacobo Arbenz; il Nicaragua dei Somoza (padre e figli), ma anche dei Contras e dei sandinisti.
Il protagonista, in questi casi, è quasi sempre il caudillo, un personaggio brillantemente studiato da Ludovico Incisa di Camerana in un libro del 2001. Il caudillo è un leader popolare, capace di accendere le speranze delle masse in un particolare momento storico e di recitare efficacemente la parte del Messia laico. È spesso un militare, ma il piglio, anche quando non veste l’uniforme, è comunque autoritario. È nazionalista e talora, ma non sempre, difensore delle popolazioni indigene.
Non è sorprendente che un tale personaggio, dopo essere stato eletto una prima volta dai suoi connazionali, decida di conservare il potere con un «golpe»: il maggiore contributo linguistico dell’America Latina al vocabolario politico internazionale.