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 2017  aprile 02 Domenica calendario

Rasata a zero per il velo, doppia indagine. La sorella: l’ha chiesto lei, l’Islam non c’entra

BOLOGNA C’è una ragazzina di 14 anni, in qualche luogo segreto di Bologna, che ha la testa rasata a zero e il cuore in subbuglio. «Mia madre dice che non sono una brava musulmana», ha raccontato l’altro giorno ai suoi professori sbalorditi nel vederla senza più i capelli. «È stata lei a ridurmi in questo modo per punizione, perché non mi va di portare il velo».
Questa storia è cominciata così, con occhi bassi e poche parole. Con quella studentessa venuta dal Bangladesh ad accusare il troppo islam di sua madre e a mettere in moto la macchina dell’emergenza.
I tempi
È successo tutto in meno di 24 ore: due insegnanti hanno raccontato la versione della ragazza alla preside, la preside ha presentato un esposto ai carabinieri, i carabinieri hanno avvisato i servizi sociali e i servizi sociali hanno sentito la studentessa e la sua famiglia. Valutazione finale della psicologa e degli assistenti sociali: la ragazzina dice il vero sulla punizione e l’umiliazione subita mentre la famiglia non convince quando nega dicendo che lei stessa ha chiesto il taglio di capelli alla madre.
La relazione è stata trasmessa alla procura ordinaria e a quella dei minori e ciascuna ha aperto un fascicolo. Due gli atti nati da tutto questo: la procura ordinaria indaga sui genitori per maltrattamenti, quella dei minori ha firmato un ricorso che il pubblico ministero Silvia Marzocchi ha inviato al tribunale di competenza perché apra un procedimento sul caso e valuti che sta succedendo e che cosa è già successo nella famiglia finita sott’accusa. «Un atto d’ufficio e una richiesta di valutazione che non può che riguardare tutte e tre le sorelle», dice la dottoressa Marzocchi, anche se per adesso «l’urgenza di un allontanamento dettata dalla situazione di pericolo» è valsa soltanto per la più piccola, cioè la ragazzina rasata che da venerdì mattina si trova in una comunità protetta.
I nuovi accertamenti
Chiusa la fase dell’urgenza con l’allontanamento (per la procura dei minori era un atto obbligato dopo la fuga di notizie sul caso) gli inquirenti puntano ora a verificare ogni passaggio del racconto fatto sia dalla ragazza sia dai suoi familiari. Finora la versione dei genitori è stata annotata soltanto dalla psicologa, nei prossimi giorni saranno invece sentiti formalmente a verbale, saranno messi a confronto le versioni, sarà verificata ogni circostanza, saranno sentiti come testimoni i professori, la preside, probabilmente gli stessi compagni di classe. Insomma: «I fatti sono ancora tutti da verificare e da provare ma il processo si fa proprio per questo» ricorda il procuratore capo della procura ordinaria, Giuseppe Amato, premettendo che «l’educazione, comunque, non può passare da un comportamento violento».
Per adesso, esclusa la famiglia che racconta una versione completamente diversa, nessuno mette in dubbio ciò che la ragazzina ha detto ai suoi professori. E gli stessi prof avrebbero parlato alla preside di altri episodi di tensione fra la loro studentessa e i genitori, in particolare negli ultimi tre-quattro mesi. Mai violenza fisica ma sgridate continue per quel velo non gradito e divieti di frequentare questo o quel ragazzo.
La sorella maggiore di lei, 16 anni, giura che non è così. Che il velo non c’entra niente, che sua madre l’ha fatto su richiesta, non per punizione, e che «sono stata io stessa a suggerirle di raparsi – ripete – perché lei non si piaceva più dopo essersi tagliata in parte i capelli davanti, perché le sue amiche la prendevano in giro e perché aveva anche i pidocchi».
Le reazioni
Sul caso è intervenuta – fra i molti – la presidente della Camera Laura Boldrini: «Sto dalla parte delle ragazze e delle donne, sempre – ha commentato —. Ogni forma di sopraffazione va rifiutata».
Anche la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, è tornata a parlare di integrazione: «Il problema dell’integrazione di una parte degli immigrati musulmani va affrontato presto e con energia, se non vogliamo che anche in Italia crescano seconde generazioni sbandate e senza identità».