Corriere della Sera, 1 aprile 2017
Super dazi, gli Usa non si fermano: siamo alla guerra commerciale
NEW YORK Alla vigilia del vertice Usa-Cina fra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping e all’antivigilia del G7 di Taormina, primo confronto tra America e resto dei paesi industrializzati dopo le elezioni di novembre, montano i venti di guerra commerciale tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. Un conflitto alimentato dalla volontà di Washington di invertire la marcia sulla globalizzazione favorendo innanzitutto il «made in America». Ieri il presidente repubblicano ha firmato due decreti esecutivi: uno per individuare gli abusi commerciali che sarebbero stati commessi da aziende straniere che operano negli Usa, l’altro per combattere le vendite in dumping.
Le proteste
Nelle stesse ore, mentre dall’Europa si levavano proteste contro il protezionismo che si diffonde negli Usa, il ministero del Commercio di Washington ha colpito le aziende siderurgiche di otto Paesi accusate di esportare in America sottocosto con dazi all’import variabili tra il 3,6 e il 148 per cento. In Europa sono state colpite aziende di cinque Paesi: Germania, Austria, Francia, Belgio e Italia dove la Marcegaglia Spa è stata assoggettata a un dazio del 22,19% mentre la Tecnosider ne ha avuto uno del 6,08%. In Asia colpiti Giappone, Taiwan e Corea del Sud. Quest’ultimo Paese due volte: per le vendite in dumping e per gli aiuti di Stato alle imprese.
Sempre ieri a Roma si è tenuta una riunione delle Confindustrie dei Paesi del G7 durante la quale il premier Paolo Gentiloni ha detto che, nonostante tutto, bisogna ancora «scommettere sul libero mercato, il più grande motore di prosperità della storia», mentre il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha sostenuto che «qualunque scontro commerciale tra Usa ed Europa è pericoloso non solo per le nostre economie, ma anche per la tenuta della governance della globalizzazione».
La Cina
Ma il segretario Usa al Commercio, Wilbur Ross, va per la sua strada e replica con durezza: «Trump vuole agire, gli Usa non si inchineranno più davanti al resto del mondo. Siamo in una guerra commerciale. Ci siamo da decenni ma ora le nostre truppe sono finalmente passate all’attacco». Nel suo mirino c’è soprattutto Pechino: «Se la Cina non esportasse tanto non sarebbe mai cresciuta a tassi così elevati».
La questione è molto complessa con dispute a tre livelli: le sanzioni per il vecchio conflitto Ue-Usa sulle carni, ne abbiamo scritto ieri, che potrebbero colpire la Vespa e le acque minerali. I dazi sull’acciaio per punire chi avrebbe venduto in dumping e una tassa generale sulle importazioni con la quale il Congresso vorrebbe finanziare la riforma fiscale di Trump.
Ed è a quest’ultimo capitolo, la border tax, che ha fatto riferimento Emma Marcegaglia, presidente delle Confindustrie della Ue. Al vertice di ieri a Roma ha detto che l’eventuale introduzione di un simile tributo da parte americana sarebbe una dichiarazione di guerra commerciale da denunciare davanti al Wto, aggiungendo: «Quando inizi una guerra non sai mai dove vai a finire».
D’accordo con lei anche la controparte Usa, il presidente della US Chamber of Commerce John Hopkins, rappresentante di imprese esportatrici che temono di essere penalizzate dalla frenata ai commerci che Trump può provocare e dalle possibili rappresaglie degli altri Paesi. Hopkins ha promesso che «le 3 milioni di imprese della nostra associazione faranno sentire la loro voce, la Casa Bianca dovrà ascoltarci».