La Stampa, 1 aprile 2017
Carolina Crescentini: «Se un leghista diventasse premier per senso civico mi darei alla politica»
Per capire bene com’è fatta Carolina Crescentini basta riflettere un attimo su una frase che lei infila a sorpresa, tra ragionamenti fluidi e confessioni semiserie: «Sì, all’inizio volevano trasformarmi in una bionda appariscente. Ma il punto è che io, nell’animo, sono più mora che bionda». Tutto il resto viene dopo. Quell’essere strutturalmente bruna, mai fragile, mai leziosa, mai superficiale, ha guidato Crescentini nell’arco di una carriera variegata, piena di sfide, scommesse, esperimenti: «Mi ritrovo un po’ ovunque, nel dramma, ma anche nella comicità, so ridere di me e ho un’emotività straripante, diciamo che mi piace dare un colpo al cerchio e uno alla botte». Adesso, in Marocco per le riprese del Sogno del califfo, regia di Souheil Ben Barka, sta facendo due cose impegnative. Leggere il Corano e imparare a cavalcare i cavalli berberi, vincendo certe sue remore animaliste: «Sono cavalli diversi, più bassi, più magri, sembrano un po’ cavalli bambini, e io ho sempre paura di fargli male».
Che cosa le piace di più del suo mestiere?
«La possibilità di re-inventarmi continuamente, e poi il gioco di squadra. Il cinema si fa in gruppo, l’ho capito quando frequentavo il Centro Sperimentale, e questo è un aspetto che mi entusiasma».
Ci sono anche i lati negativi, che cosa le pesa del suo lavoro?
«La nostra è una professione intermittente, bisogna imparare a reggere il ritmo. Io, per esempio, quando non lavoro, viaggio, scrivo e leggo tantissimo. Non soffro della sindrome dell’attore con il telefono sempre accanto, nell’attesa che arrivi il nuovo ingaggio. Certo, è capitato anche a me di stare ferma e aspettare, e ci sono stati momenti in cui farlo è stato pesante. Ma la salvezza, in quelle fasi, è sempre stata il passaporto, salire su un aereo e andare via».
È mai stata scartata a un provino?
«Una volta, con un regista, mi è successo di farne tanti, di arrivare perfino alla prova costumi, e poi alla fine scelse un’altra. Fu un gran dolore, ma io sono un soldato, vado avanti, e poi sono convinta che ogni lavoro, ogni esperienza, alla fine ti insegna qualcosa».
Della sua bellezza fanno parte le occhiaie molto pronunciate. Un’altra, magari, se le sarebbe tolte. Gliel’hanno mai chiesto?
«Sì, qualcuno me lo ha chiesto, ho risposto “ci penserò”, e basta. Non ho intenzione di farlo, quando mi guardo allo specchio sto bene, questa è la mia faccia».
Di che cosa ama scrivere?
«Soprattutto racconti. Partendo dalle folgorazioni che mi provocano certi incontri, dalle persone che, per qualche ragione, mi attirano. Appena posso mi fermo e scrivo. Ma non ho mai pubblicato niente, mi spaventano gli attori che s’improvvisano scrittori».
L’hanno diretta autori importanti, come Giuliano Montaldo nell’Industriale. Come si è trovata?
«È stato un grande onore, Montaldo è un uomo di cinema che ha rispetto per tutti quelli che stanno sul set, una persona capace di avvolgerti, di insegnarti. Abbiamo parlato tanto, anche dei momenti difficili che ha attraversato».
Con Ferzan Ozpetek ha girato due volte. Che tipo di rapporto si è instaurato?
«Ferzan è un faraone, ti fa sentire sempre a casa, sul set controlla tutto, dai minimi dettagli alle cose più importanti, ai pensieri del personaggio che devi interpretare. E poi con gli attori lavora moltissimo, per esempio ti porta con lui a fare i sopralluoghi».
Quanto si è divertita nei panni della star diBorisCorinna Negri?
«Come una pazza. Anche se il lavoro era molto complesso, con tempi strettissimi, sceneggiature consegnate all’ultimo momento. Per me che ho sempre bisogno di controllare ogni cosa, lavorare così è difficile, ammiro i colleghi che, anche in quelle situazioni, sono draghi».
L’industriale era un film drammatico e di denuncia. Il cinema può migliorare il mondo?
«Penso che noi attori possiamo fare qualcosa per intrattenere il pubblico, ma anche per regalare un’emozione e stimolare un dubbio. Una volta esisteva il cinema politico, ora non più, e quindi è difficile intendere questo mestiere come una missione. L’ultimo film di questo tipo è stato Diaz di Daniele Vicari, lo considero un po’ il manifesto della mia generazione, e di quella vicenda ricordo tutto benissimo, a iniziare dalle incongruenze dei media».
Nel suo ultimo film,La verità vi spiego sull’amore è Sara, l’amica tutto pepe che spinge Dora (Ambra Angiolini) a elaborare il lutto della separazione. Quale aspetto del film l’ha più attirata?
«Sara è un tipo effervescente, una che ama vivere la vita e quindi molto adatta ad aiutare l’amica che sta attraversando una fase difficile. È una commedia sopra le righe, in certi momenti mi sembrava di stare in un cartone animato».
Alla fine, al cinema, è meglio far ridere o far piangere?
«Secondo me al pubblico bisogna porre domande, la commedia fa parte del cinema, e io sono onnivora. Quello che conta è la qualità, non la ripetizione piatta delle formule di successo».
È nata a Roma, la capitale nell’occhio del ciclone. Che cosa prova davanti al degrado generale?
«Sono arrabbiatissima, ma non solo con l’attuale sindaco. Sono arrabbiata da almeno tre mandati. Ma che me ne importa della funivia urbana, se poi la metro C sta diventando una barzelletta, se nessuno copre le buche, se siamo sommersi dall’immondizia, se si usano i sacchi di plastica e poi i gabbiani li bucano in un attimo?».
Le potrebbe mai venir voglia di darsi alla politica?
«Se un leghista diventasse premier, allora mi esporrei in prima persona, per senso civico. Sento sempre più spesso discorsi pericolosi. Ci si dimentica che la violenza genera violenza e che l’odio genera odio. La questione degli immigrati è difficile, ma per capirla basterebbe pensare a quando gli immigrati eravamo noi».