La Stampa, 1 aprile 2017
Alla corte di Balenciaga l’alchimista del nero
Quasi una sfida tra artisti: gli abiti scenografici di Cristobal Balenciaga (1895-1972) si alternano alle sculture espressioniste di Antoine Bourdelle (1861-1929).
Siamo proprio nella casa-atelier di colui che fu uno dei discepoli più capaci di Auguste Rodin: da tempo un museo, successione di giardini, laboratori d’origine ancora polverosi e un’estensione sobria ed elegante di un achistar come Christian de Portzamparc, ideata negli Anni Novanta. In quel labirinto, uno dei rari atelier a essere rimasto, nella parte antica, residuo dei bei tempi di Montparnasse, quartiere degli artisti bohémien, gli abiti di Balenciaga assumono un nuovo significato.
Come uno scultore
«Lui scolpiva i vestiti a partire dal tessuto. Realizzava un lavoro straordinario sui volumi. Ecco, lo si capisce a maggior ragione a casa di uno scultore vero».
A parlare è Véronique Belloir, curatrice della mostra
«Balenciaga, l’œuvre au noir», che resterà aperta fino al 16 luglio al museo Bourdelle: 75 creazioni dello stilista di origini spagnole si ritrovano nei posti più impensati, tra busti in bronzo e massicci corpi di pietra. Uno dei materiali preferiti da Balenciaga era il gazar, una sorta di raffia di seta, inventata proprio per lui: «Aveva una certa rigidità, che gli permetteva di inventare nuove forme», continua la Belloir. Un magnifico cappello in gazar è esposto agli inizi, direttamente nell’atelier di Bourdelle, al pari di un tailleur in cannelé di lana nera del 1952.
Più in là un abito (ancora nero) con le bretelle in strass e perle. Solo alla fine appaiono nuove tonalità, come lo sfondo rosa per un disegno floreale, fatto di rose nere. «Non fu l’unico colore che utilizzò ma il nero rappresentò una costante nella sua carriera – continua la curatrice -. Rimanda alla sua Spagna e ai pittori del Rinascimento iberico, che rinunciarono ad altri colori, preferendo il rigore del nero. Rappresenta pure una certa austerità che lo caratterizzava nella vita e a un primo sguardo nelle creazioni, sebbene dietro poi ci fosse ben altro».
Oltre il colore
Anche perché il nero con lui non era più un colore, ma una materia da plasmare. Sì, ma chi era davvero Cristobal? Nella mostra si «parla» poco di lui. «Abbiamo voluto rispettare la discrezione che lo accompagnò in vita», spiega la Belloir.
Nacque nel 1895 a Getaria, un villaggio di pescatori dei Paesi Baschi spagnoli, figlio di un marinaio (morì quando aveva appena sette anni) e di una sarta, che gli insegnò il mestiere. Lavorò dapprima a San Sebastian, città di un’eleganza tutta borghese e residenza estiva della famiglia reale. Proprio cent’anni fa lì fondò la sua maison, frequentata dalle principesse.
Si spostò a Parigi negli Anni Trenta, dopo lo scoppio della guerra civile. E strappò subito il rispetto dei suoi colleghi, un’ammirazione immensa. Perfino Coco Chanel, in genere poco tenera con il prossimo, diceva di Balenciaga che era «l’unico che sapeva tagliare una stoffa e cucire davvero un abito. Gli altri sono solo disegnatori».
Ricerca della perfezione
Non dette mai un’intervista, a parte poco prima di morire a «The Times», ammettendo che aveva avuto «una vita da cani» dedita al lavoro e alla ricerca della perfezione. Dal suo atelier passavano dive come Liz Taylor e Grace Kelly, ma lui non se ne vantava. Lasciò la moda nel 1968. Non a caso: capì che il mondo delle minigonne non era fatto per lui, che si eccitava ascoltando il fruscio delle gonne di seta.
Fece solo un’eccezione, l’anno dopo, per disegnare le uniformi delle hostess di Air France. Si ritirò fino alla fine nel suo rifugio, l’amata casa di Igeldo, nei Paesi Baschi. Anche se era già famoso prima (quando insisteva di più su certe reminiscenze spagnoleggianti, dal bolero ai ricami, passando dalle cappe stile torero), è dagli Anni 50 che diventò particolarmente innovativo. Creò la gonna palloncino e il cappotto cocoon (con la schiena a tartaruga).
Volumi artificiali
Come si vede bene nella mostra parigina, adorava aggiungere nuovi volumi, perfino innaturali e artificiali, agli abiti, «perché prendeva le distanze dalla morfologia femminile e voleva valorizzare la personalità della donna più che il corpo», conclude la Belloir. Negli Anni Sessanta le sue creazioni si fecero ancora più astratte e sobrie. Scolpire il nero. Non desiderava altro, niente più.