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 2017  marzo 31 Venerdì calendario

Dal 2007 a oggi sono emigrati un milione e mezzo di italiani

Una fuga continua, inarrestabile, un fiume in piena che nessuna diga riesce a fermare. Gli ultimi dati sul numero degli italiani che emigrano all’estero sono esorbitanti e confermano un trend iniziato quando la crisi si è affacciata sullo scenario globale, nel 2007-2008. Tanto che si può parlare chiaramente di “nuova emigrazione italiana”, come accadeva ai primi del Novecento e negli anni Cinquanta, i due periodi più intensi da questo punto di vita.
Una differenza c’è, però: se prima se ne andavano soprattutto poveri e disperati in cerca di maggior fortuna, oggi vanno via giovani laureati e diplomati, un pezzo consistente di forza lavoro qualificata il cui esodo ci fa perdere competitività. Un capitale umano che raramente torna indietro.
I numeri. Secondo il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie, organismo di consulenza per Parlamento e governo), nel 2015 gli italiani in fuga verso gli altri Paesi sono stati circa 250 mila. Il trend dal 2011 è di una crescita del 22% annuo, quindi la previsione per il 2016 vede un esodo di 305 mila persone. Di questi l’80% sono italiani, il 20%, invece, stranieri residenti. Insomma, anche gli immigrati di lungo corso se ne vanno.
Questi dati non collimano con quelli dell’Istat, che sono più bassi (147 mila nel 2015), perché questi ultimi tengono conto solo del cambio di residenza (che di solito si verifica qualche anno dopo il trasferimento), mentre i numeri di Cgie guardano alle registrazioni obbligatorie che i nostri connazionali sono tenuti a fare nei Paesi in cui arrivano. In Germania, per esempio, per lavorare si deve segnalare la propria presenza alla polizia e quel dato va subito al ministero dell’Interno. In Gran Bretagna occorre avere un national insurance number, una sorta di codice fiscale.
Così, dal 2007 al 2015 il numero degli italiani emigrati all’estero arriva a circa 1 milione e 360 mila persone, con la previsione di toccare il milione e mezzo coi dati del 2016. Come se si fosse trasferita in blocco una città come Milano, ma composta da giovani: il 50% degli emigrati, sempre secondo Cgie, ha tra i 18 e i 39 anni; il 20% tra 0 e 17 anni (si spostano le famiglie ovviamente).
Per quanto riguarda gli studi, il 35% è laureato e il 30% ha un diploma di secondaria superiore, ma va via anche un buon 30% di persone con solo la licenza media.
Le mete preferite sono Gran Bretagna, Francia, Belgio, Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, Austria, Svizzera e Spagna. In testa ci sono Germania e Gran Bretagna, anche se proprio in Uk i dati ancora non ufficiali del 2016 parlano di un calo del 10% dovuto ai timori per la Brexit: la stessa Theresa May ha rassicurato i circa 600 mila italiani che vivono lì sul fatto che continueranno a usufruire di welfare e prestazioni sociali come prima.
Il tutto, naturalmente, s’incrocia con la perdita di ricchezza del nostro Paese. Tra il 2007 e il 2016, infatti, l’Italia ha perso il 7% del Pil, il tasso di disoccupazione è salito dal 6,1 al 12,2%, mentre la produzione industriale è calata del 26%. Per di più ogni italiano che se ne va fa perdere ricchezza al Paese e fa aumentare quella di chi lo accoglie. Per i laureati è anche peggio: equivale a regalare ad altri Paesi i soldi investiti per la loro formazione (circa 160 mila euro a persona, secondo l’Ocse).
Di fronte alla portata del fenomeno, però, il governo tende a minimizzare. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (sì proprio lui, quello secondo cui i giovani emigrati di casa nostra sono i peggiori quindi “è meglio che se ne vadano fuori dai piedi”), davanti alla presentazione di questi dati, si è limitato a osservare che “i motivi per cui la gente parte sono diversi: c’è chi vuole fare un’esperienza diversa, chi cerca lavoro o ha una forte ambizione, e se le unifichiamo non capiamo la natura complessa dei flussi migratori”. Insomma, secondo Poletti, “è sbagliato dare una lettura univoca su un fenomeno di questa portata”.
Per il vice segretario di Cgie, Rodolfo Ricci, però “almeno il governo ha battuto un colpo, perché finora il fenomeno è stato completamente ignorato. Abbiamo ottenuto dal ministro maggiori strumenti per orientare e preparare chi vuole andare all’estero, ma il problema è mettere in campo politiche economiche che creino opportunità di lavoro in Italia e frenino i flussi in uscita. E la corsa al ribasso nel nostro costo del lavoro non aiuta a trattenere i giovani”.
Se pensiamo che i due terzi delle migrazioni nel continente avvengono tra Paesi europei, s’intuisce come siamo già in un’Europa a due o tre velocità, dove l’Italia è destinata a essere un anello sempre più debole.