il Giornale, 31 marzo 2017
Quella «spirale balcanica» minaccia l’Italia dall’interno
L’imbianchino bosniaco ucciso in Siria, il predicatore arrestato a Sarajevo, il reclutatore macedone che viveva con il sussidio regionale, gli imam kosovari della guerra santa e gli ultimi terroristi di Venezia erano tutti annidati nel nostro paese, soprattutto nel nord est. La «spirale balcanica» è il nome in gergo dell’antiterrorismo della minaccia di una rete di cellule dell’Islam radicale provenienti dall’ex Jugoslavia e presente in Italia.
«Sono convinti che conquisteranno Roma. Non vi rendete conto che il vero pericolo è più vicino rispetto alla Libia o la Siria. La minaccia non riguarda solo l’ex Jugoslavia, ma anche l’Italia e l’Europa» sostiene Esad Hecimovic, esperto del fenomeno jihadista a Sarajevo.
Secondo l’intelligence italiana esistono rischi concreti «per l’eventualità di un insediamento nella regione (balcanica nda) di basi logistiche in grado di supportare pianificazioni terroristiche contro Paesi europei, incluso il nostro».
Gli arresti di Venezia non sono un caso isolato. La minaccia proveniente dai Balcani si è estesa in Italia, soprattutto nel Nordest. Da Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno, il 15 dicembre 2013 Ismar Mesinovic, imbianchino bosniaco trentaseienne è partito per andare a combattere in Siria, portandosi dietro il figlioletto di due anni, Ismail Davud.
Un mese dopo è stato ucciso in combattimento. Assieme a Mesinovic c’era il ventottenne macedone Munifer Karamaleski partito pure lui dal bellunese. I due jihadisti erano seguaci dell’imam itinerante bosniaco Hussein Bosnic, che ha inviato 200 volontari jihadisti in Siria. A Sarajevo è stato condannato nel giugno 2016 a 7 anni di carcere per incitamento e reclutamento alla guerra santa. Prima, però, aveva fatto proseliti in Italia tenendo sermoni a Pordenone, Cremona, Bergamo e nel vecchio centro islamico di Motta Baluffi.
E ha mandato in Italia ad addestrare gli aspiranti mujaheddin sulle Dolomiti il veterano sloveno Rok Zavbi arrestato lo scorso anno a Lubiana ed estradato nel nostro paese.
Il reclutatore di Bosnic nel Nordest era il macedone Ajian Veapi arrestato un anno fa, guarda caso, a Mestre.
Veapi abitava ad Azzano Decimo nel pordenonese e godeva di un sussidio pubblico: 500 euro mensili dal fondo di solidarietà del Friuli Venezia Giulia, regione governata dalla stellina Pd, Debora Serracchiani. Fino al 2015 otto «mujaheddin dei Balcani» hanno raggiunto la Siria dall’Italia. Un ruolo chiave è stato giocato da una serie di imam kossovari, come Sead Bajraktar, che ha fondato un centro islamico a Monteroni d’Arbia in provincia di Siena. Secondo i servizi segreti torna spesso in Kosovo «per rilanciare il proprio impegno ideologico militante e partecipare ad attività addestrative di tipo militare». Un altro «cattivo maestro» è Idriz Idrizovic, cognato di Bajraktar, predicatore molto conosciuto nei circuiti salafiti lombardi che si sarebbe trasferito in Germania. L’antiterrorismo di Pristina ha segnalato un altro predicatore, Idriz Billibani «che potrebbe essere collegato ad una rete italo-kosovara di radicalizzazione e reclutamento».
Nel dicembre 2015 è stata smantellata una cellula nella zona di Brescia che faceva capo a Samet Imishti arrestato in Kosovo, dopo che un gip aveva respinto la richiesta di custodia cautelare nel nostro paese. Gli aspiranti terroristi avevano minacciato addirittura il Santo Padre: «Ricordatevi che non ci sarà più un Papa. Questo è l’ultimo».
«Il rischio di attentati messi in atto da elementi balcanici è da tempo valutato in considerazione del fatto che risulta piuttosto semplice penetrare in Italia da oltre-Adriatico. I confini dei paesi che fanno parte della cosiddetta «rotta balcanica» sono permeabili e quindi di facile transito per jihadisti provenienti dalla Siria ma anche per soggetti radicalizzati in aree come quella kosovara e bosniaca» spiega a il Giornale, Giovanni Giacalone, analista del radicalismo nell’ex Jugoslavia.
E rivela: «Settimane fa è arrivata una segnalazione su membri kossovari attivi in Siria che stavano tentando di rientrare nell’Unione europea. L’allerta è alta».