La Stampa, 31 marzo 2017
Metodi di lotta ma non sempre di governo
Sanzioni per 42 deputati, di cui 36 sospesi per comportamenti “senza precedenti e di gravità assoluta” caratterizzati da “modalità aggressiva”. È durissima la “sentenza” per gli incidenti del 22 marzo, quando un drappello di deputati 5 stelle provarono a sfondare la porta della stanza in cui gli stessi vertici di Montecitorio stavano discutendo sulla delibera che ha tagliato i vitalizi anche agli ex-parlamentari, e malmenarono quattro assistenti parlamentari, finiti a medicarsi in infermeria a Montecitorio.
Le parole “senza precedenti” potrebbero in linea teorica essere contestate, dato che nella lunga storia parlamentare della Repubblica di incidenti, anche pesanti, ne sono accaduti, fin dall’inizio, quando ad esempio nel corso del dibattito sul Patto Atlantico nel 1949 il comunista Pajetta arrivò a rompere il proprio banco parlamentare per tirarne un pezzo verso il governo, o più avanti, nel 1985 al Senato, quando l’intero senatore Carmeno venne sollevato in aria e usato come oggetto contundente, con il risultato di fratturargli un piede. Ma si trattava, appunto, di scontri nelle aule parlamentari, in momenti di forte tensione ideologica e politica.
Il 22 marzo invece un commando di una ventina di esponenti 5 stelle (19 sono stati sottoposti a 15 giorni di sospensione, il massimo della “pena”) sono saliti su per le scale che portano all’ufficio di presidenza della Camera con il chiaro intento di bloccare con metodi maneschi una delibera che non condividevano. Tra quelli che li guidavano c’erano Alessandro Di Battista e Danilo Toninelli, rimasti anche loro coinvolti nel ferimento dei quattro commessi che non avevano alcuna facoltà di reagire, essendo tenuti al rispetto dei parlamentari e solo in caso estremo a sollevarli dai loro scranni quando la presidenza ne ordina l’espulsione dall’aula.
Da questi metodi, che il deputato questore Dambruoso, tra quelli che hanno rischiato di prendersi qualche sventola, ha definito “fascisti”, nessuno del Movimento ha ritenuto di dissociarsi, da Grillo e Casaleggio in giù. Anzi il capogruppo 5 stelle Fico ieri ha commentato le decisioni che riguardavano i suoi colleghi dicendo: “Ci sta bene tutto, quando si lotta per qualcosa in cui si crede. Non ci fermeremo”. Questo vuol dire che quanto è accaduto il 22 marzo potrebbe ripetersi, e le scazzottate rientrano a pieno titolo tra i metodi di lotta politica in Parlamento del Movimento che continua a essere in testa nei sondaggi, gode della simpatia di una parte del centrosinistra, e si propone, anche così, di governare il Paese se vincerà le prossime elezioni.