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 2017  marzo 31 Venerdì calendario

Trump asfalta pure i caschi blu

NEW YORK Valutare le attuali missioni di peacekeeping in Africa per decidere se sia possibile renderle efficaci o se non sia meglio andarsene, e legare l’impegno per la difesa dei diritti umani al mantenimento della pace e della sicurezza. Dal primo aprile sul Palazzo di Vetro soffia il vento americano, con l’ambasciatrice Usa Nikki Haley presidente di turno del Consiglio di Sicurezza (CdS). Sarà lei, repubblicana, ex governatore della Sud Carolina, a dettare l’agenda dei lavori secondo la linea di Trump, che prima d’essere eletto aveva fatto tremare i mondialisti con un tweet: «Le Nazioni Unite hanno un grande potenziale ma ora sono solo un club per gente che sta insieme, parla e si diverte. Che tristezza!». Poi, in gennaio, era uscita la bozza d’un ordine esecutivo («Fare l’auditing e ridurre i fondi americani agli enti internazionali») dove si indicava una diminuzione del 40% dei finanziamenti agli enti sovranazionali, compresa l’Onu. Il 16 marzo, infine, il direttore del budget della Casa Bianca, Mick Mulvaney, ha confermato che «l’amministrazione ridurrà i fondi per le Nazioni Unite e i programmi di aiuti all’estero». 
Perseguire risparmi finanziari e aumentare l’efficienza all’Onu è dunque la stessa filosofia con cui Trump vuol rivoluzionare il governo a Washington, e la Haley, indiano-americana scelta da Donald per aver risanato il bilancio del suo stato sviluppandone la crescita, ha esposto al Council on Foreign Relations di New York i due punti cruciali del programma USA. 
Peacekeeping. Troppo spesso il focus è sui Paesi che forniscono le truppe o che le finanziano o sulla burocrazia Onu e non sul proteggere i civili o ottenere soluzioni politiche. L’Onu ha una missione in Afghanistan da 15 anni, non di peacekeeping ma politica, ma il concetto di «non responsabilità» è lo stesso: la missione non è stata mai rivista, nessuno ha mai pensato di controllare se stiamo raggiungendo qualche scopo. Ciò è inaccettabile. Il peacekeeping è la voce maggiore nel budget dell’Onu e la nostra revisione stabilirà dove aumentare risorse, dove fare cambiamenti e dove tagliare. Non siamo interessati solo a fare operazioni meno costose, le vogliamo migliori e più efficaci. Il Sud Sudan e la repubblica del Congo sono le prime missioni nel mirino. 
Diritti umani. Sorprendentemente, le violazioni non sono un soggetto che può essere discusso nel CdS. È una regola del «club». Non c’è mai stato un meeting dedicato alla questione più generale di come gli abusi dei diritti umani possono portare a rotture nella pace e nella sicurezza delle nazioni. Per l’Onu, pace e sicurezza sono il solo problema del CdS, mentre i diritti umani sono lasciati, separati, ad altri. 
Cambiare questo approccio non è solo una questione di moralità, secondo Haley-Trump, perché pace e sicurezza non possono essere raggiunte isolate dai diritti umani. Gli abusi non sono una conseguenza, ma parte e causa dei conflitti. La Corea del Nord forza i prigionieri politici a lavorare fino a morire nelle miniere di carbone per finanziare il suo programma nucleare di aggressione. L’Intelligence siriana usa la tortura. «Gli Usa sono la coscienza morale del mondo e non ci ritireremo dal ruolo, ma insisteremo che la nostra partecipazione all’Onu lo onori e lo rifletta», ha detto la rappresentante di Trump.