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 2017  marzo 31 Venerdì calendario

Nei panni di Olivia. Intervista a Catherine Zeta-Jones

NEW YORK Gallese dall’aspetto mediterraneo, Catherine Zeta-Jones ha sempre affascinato, fin da quando recitò al fianco di Antonio Banderas in La maschera di Zorro nel 1998 e l’anno dopo in Entrapment con Sean Connery. Occhi a mandorla, capelli scuri, pelle olivastra, si confermò a Hollywood con Traffic (2000), in cui recitava accanto a Michael Douglas, che sarebbe diventato il suo fidanzato, poi marito, quindi padre dei suoi due figli (un maschio di 16 anni e una femmina di 13). Britannica come Olivia de Havilland che interpreta adesso nella serie Feud (avversità, conflitto, faida, tutto in una sola parola): la storia dell’ambivalente amicizia tra le dive Bette Davis e Joan Crawford (Susan Sarandon e Jessica Lange), una vicenda di amore e odio made in Hollywood ambientata sul set del film Che fine ha fatto Baby Jane? nel 1962.
Incontriamo Zeta-Jones, 47 anni, Oscar come miglior attrice non protagonista per il musical Chicago (2002), al Crosby Hotel di New York per parlare proprio di Feud. L’attrice arriva dalle Bahamas, dove vive con la famiglia quando non è a New York. È di ottimo umore, come non succedeva da anni. Parla della De Havilland e della serie, ma anche della sua “ingombrante” famiglia: il marito Michael Douglas, i figli, fino al celebre suocero, il centenario Kirk che lei, si capisce lontano un miglio, adora come fosse un padre e un nonno allo stesso tempo.
Catherine, è davvero la Golden Age della televisione, quella che stiamo vivendo?
«Senza dubbio, e lo dice una cresciuta facendo teatro a Londra. Mi hanno chiesto di interpretare Olivia de Havilland, come rifiutare l’offerta? È stato come saltare su una macchina del tempo: dalla vecchia Hollywood, la Golden Age del cinema, all’era d’oro della televisione, andata e ritorno. Anche perché sono cresciuta professionalmente studiando proprio queste grandi attrici: Bette Davis, Crawford, De Havilland, e il loro glamour. Insomma la quadratura del cerchio».
C’è tanta violenza oggi nel mondo, soprattutto contro le donne, ma a Hollywood non se ne parla molto, anche se a guardare indietro nel tempo sembra una costante.
«Negli anni 60 era una costante, come attrice facevi parte dello studio system, persino Judy Garland era schiava degli studios. Erano i maschi a decidere quale attrice avrebbe recitato cosa. E loro dovevano obbedire. La competizione era inevitabile. Il clima politico e culturale le costringeva a diventare cattive e contendenti, proprio di questo parla Feud. Per fortuna oggi non funziona più così. Noi donne siamo autonome, guai a chi ci dice cosa fare o non fare».
Compreso suo marito?
«Michael? È un femminista irriducibile, ancora più di me».
Cosa significa essere diva?
«Significa impegnarsi del tutto nella propria arte, e sviluppare una sensibilità speciale. Una qualità magica. Mi confronto con le dive del passato e mi chiedo se possiedo questa qualità... a volte mi pare di sì, altre proprio no. È il dilemma di ogni attore, anche di quelli che passeranno alla storia come divi».
A proposito di suo marito Michael: qual è il segreto del vostro rapporto, malgrado la differenza di età – lui ha 25 anni più di lei – e di nazionalità?
«Mi faccia dire che mi sento benedetta per questo rapporto, e per aver incontrato Michael. Mio marito è un uomo che sa ascoltare, ed è capace di affrontare le avversità con una mentalità aperta, che non ha paura della femminilità né della mascolinità. Ho la fortuna di avere due figli vivaci come i loro genitori, e un marito che è riuscito a sconfiggere un nemico tremendo come il cancro (Michael Douglas è stato operato dieci anni fa di cancro alla gola, ndr). Capisco che suona banale, ma è proprio vero, quando c’è la salute...».
I vostri figli mostrano di volere seguire le orme materne e paterne?
«Direi di sì. Fanno teatro da quando sono piccoli, per loro scelta e iniziativa. Che dobbiamo fare? Tutti in famiglia siamo attori, la recitazione è nel nostro Dna, hanno assorbito la nostra passione per osmosi. Sono molto affezionati al nonno Kirk, non fanno che interrogarlo sulla sua storia, che di fatto è la storia del cinema! È una bellezza vederli insieme al nonno. Mia figlia però dice anche che vorrebbe diventare pediatra e aiutare donne e bambini poveri del mondo, quindi staremo a vedere. Ai miei figli non manca la passione e un senso istintivo di solidarietà umana, e quindi io sono una mamma felice».
Suo suocero, Kirk, ha lavorato spesso con De Havilland: cosa le ha detto quando ha saputo di questa sua serie tv?
«Quando ho annunciato a Kirk che avrei recitato il ruolo di Olivia lui mi ha soppesata da capo a piedi e ha detto: “Ah, Olivia!” (ride). E non ha aggiunto altro. Ho capito che Olivia doveva essere stata una donna forte, seducente e difficile da gestire perfino per uno come Kirk. Poi lui mi ha confessato che Olivia era speciale, che l’adorava. Me lo ha detto di fronte a sua moglie, mia suocera, senza un briciolo d’imbarazzo. Entrambi considerano Olivia de Havilland una sorta di principessa a Hollywood, anzi una regina. E di fronte a tanta nobiltà non c’è gelosia che tenga. Ho chiesto a Kirk – senza farmi sentire da mia suocera – se avesse mai amato Olivia. Lui mi ha detto: “Sarebbe stato come se un proletario – cioè io – avesse osato corteggiare la Regina Elisabetta”. Altri tempi, insomma».