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 2017  marzo 31 Venerdì calendario

Le lettere di Corrado Augias. Perché l’opera ha scalzato la sinfonia

Gentile Augias, interessante la sintesi storico/musicale da lei proposta nella risposta al direttore Capasso, condivisibile e aderente “ai fatti”. Però le sue considerazioni aprono ad una domanda alla quale lei risponde evitando la causa profonda. A proposito della perduta primogenitura italiana nella musica strumentale divenuta appannaggio dei compositori austro-tedeschi, lei si è chiesto e si è risposto: «Come mai gli italiani a un certo punto hanno perduto primogenitura e supremazia? Per la ragione che da quella Camerata de’ Bardi fiorentina... ebbe origine il recitar cantando ovvero il melodramma o opera lirica». D’accordo, ma perché quei “migliori talenti” della penisola, come lei scrive, furono «assorbiti e monopolizzati» dall’opera in musica? E perché gli italiani tutti, dal “basso” popolare all’”alto” borghese in smoking o pelliccia sono rimasti affascinati dai vari Alfredo o Manrico o Rigoletto, cioè da quegli “innocui furori e languori” veicolati dall’opera? In quale comparto della sociologia o della psicologia sociale degli italiani è possibile trovare le radici di questa scelta che, con tutto il rispetto e nonostante le vistose toilette esibite nelle varie prime, è possibile definire “nazional popolare”?
Giorgio Castriota
PERCHÉ avvenne, chiede il signor Castriota come se fosse facile dare una risposta di una qualche consistenza in poche righe. Le ragioni furono molte, musicali, storiche, ambientali, emotive, perfino patriottiche. Il nostro è un paese straordinariamente musicale dove non si studia musica, si praticano poco gli strumenti e non si canta nemmeno in coro – zero. L’opera lirica permette di partecipare alla gioia della musica. Quando la lirica era più popolare di oggi molti spettatori uscivano dal teatro canticchiando un’aria. Mio nonno, che aveva una formidabile voce baritonale, la domenica, dopo il pranzo di famiglia ci infliggeva il suo talento conciliando, almeno in noi bambini, una piacevole sonnolenza. Intendo che l’opera è stata per un lungo periodo un patrimonio condiviso, come saranno nel Novecento le gag di Totò, i personaggi di Sordi, l’indimenticabile (tragico) Brancaleone di Gassman. Quando si faceva Nabucco alla Scala e si arrivava al celebre Va’ pensiero erano tali gli applausi e le richieste di bis che gli ufficiali austriaci presenti s’alzavano e uscivano indispettiti perché coglievano il sottinteso di quegli applausi. Non a caso, credo, il signor Castriota, cita i protagonisti della cosiddetta “trilogia popolare” Rigoletto, Trovatore, Traviata dove Verdi raggiunge la sua piena maturità musicale. I famosi do di petto nella celeberrima cabaletta “Di quella pira” Verdi non li aveva scritti. In palcoscenico qualcuno provò a farlo, da allora l’aria diventò una specie di esercizio acrobatico per il tenore, guai a non farli, cadevano fischi come la pioggia d’autunno, anche a costo di strozzare un “do” da gallinaccio – com’è avvenuto tempo fa a Roma. L’opera è stata – in parte è – tutto questo: partecipazione, divertimento, emozione. Fare le stesse cose con una sinfonia è più difficile, con un quartetto ci vogliono veri e solidi professionisti. Fischiettare è più facile.