la Repubblica, 31 marzo 2017
La caduta del «re» Carminati. «Soldi da Buzzi senza far nulla»
ROMA Massimo Carminati, il “Re”, è caduto. E del processo Mafia Capitale che si avvia ora alle requisitorie dei pm (prima metà di aprile) e alle arringhe delle difese (maggio e giugno) per una sentenza che arriverà entro l’estate, resteranno i quaranta minuti che, ieri pomeriggio, ne hanno verosimilmente segnato l’esito. Il controesame del Procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Luca Tescaroli. Che travolge Carminati. E lo costringe all’ammissione chiave. Quella su cui si misura e misurerà la “mafiosità” dell’associazione a delinquere a giudizio nell’aula bunker di Rebibbia da un anno e mezzo. «Ero socio di Buzzi – dice Carminati – e avevo diritto al 50 per cento degli utili della cooperativa 29 giugno. In cambio di cosa? Di nulla. Non svolgevo alcun lavoro…».
È una dichiarazione di resa. Che lascia in piedi una sola ipotesi sulla natura di quel rapporto “contro natura” tra il “rosso” Salvatore Buzzi e il “nero” Massimo Carminati. Che il secondo avesse da portare in dote alla ditta e alle sue capacità di capillare corruzione della vita amministrativa della città una sola cosa. La “riserva di violenza”, il potere e la forza di intimidazione della sua storia criminale. Insomma, la “mafiosità”.
Per arrivare sin qui, alla Procura è sufficiente portare a compimento il suicidio processuale cui Carminati si è consegnato con una deposizione tarata su una parte in commedia che non è la sua. Un po’ “Fantomas”, e un po’ “cretino”. Un po’ boss, un po’ ladro di polli. Un gioco che faticosamente regge fino a quando a condurre la danza del “Nero” sono le domande del suo avvocato difensore Ippolita Naso. Ma che si rivela posticcio quando dal banco della pubblica accusa si alza il primo dei pm, Luca Tescaroli. Innervosisce facilmente Carminati con domande semplici sulle minacce all’imprenditore Luigi Seccaroni che richiedono dei «sì» o dei «no». E che lui non può dare, perché i «sì» e i «no» impegnano. Quindi affonda: «Può dirci perché in una delle sue conversazioni telefoniche intercettate lei parla di acquisto di armi?». «Perché a me piacciono le armi e la sera prima di quella telefonata avevo visto un film. Ne parlavo così. E poi, tanto, le armi non le avete trovate, giusto?», abbozza Carminati. In aula qualcuno sorride. Altri scuotono la testa. Senza immaginare che il climax deve ancora arrivare. Con le domande del Procuratore aggiunto Paolo Ielo.
«Ci vuole spiegare quale era il suo contributo nell’associazione di impresa con Salvatore Buzzi?», esordisce il pm. «Non capisco», rincula Carminati. «Allora gliela faccio più semplice. Lei per mettersi in tasca il 50 per cento degli utili realizzati dalla 29 Giungo che lavoro forniva?». Carminati prende tempo, farfuglia. Verosimilmente ripensa alla infelice battuta con cui, in coda a una delle domande poste dal suo avvocato ha ammesso che il suo «unico contributo strategico dato alla 29 giugno fu dire a Buzzi, alla vigilia della elezioni comunali del 2013, di mettersi la minigonna e andare a battere tra i candidati». Un po’ poco per ritagliarsi la metà della torta dei profitti. A meno che la verità sul “lavoro” che lui ci metteva non sia impronunciabile. Alla fine, cede. «Vabbé, dottor Ielo, io per la 29 Giugno non facevo nulla». Il pm sorride. Insiste. «E ci vuole anche spiegare dove ha preso i 400mila euro con cui lei ha sostenuto di aver finanziato Buzzi?». Carminati di getto: «Da una provvista che avevo dall’appalto per l’Ente Eur spa e che era appoggiata sui conti della cooperativa». Insomma, uno scherzo. Un socio che non lavora, che intasca la metà degli utili e che finanzia l’impresa con soldi che non ha, ma che gli vengono scontati da una provvista “nominale” riconosciutagli dal socio Buzzi. Carminati è in ginocchio. Ielo non lo risparmia: «Dei tre comandamenti che lei ha detto rispettate nel Mondo di Sotto, c’è per caso l’ottavo?». «E qual è l’ottavo? Non lo conosco». «Non dire falsa testimonianza, Carminati».