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 2017  marzo 31 Venerdì calendario

Marco Balich: «Giro tutto il mondo per organizzare eventi. La cosa più dura? Restare lontano dai figli»

Il primo problema, con Marco Balich, è cercare di dare un titolo alla sua professione: consulente artistico? Direttore e regista? Organizzatore di grandi eventi? «Cerco di dare emozioni», taglia corto. Storia di un bambino «attratto da tutto quello che luccicava» che è riuscito a trasformare questa sua fissazione in un mestiere e che, dopo aver firmato Olimpiadi, Expo, cerimonie in varie parti del mondo, ha deciso di sbarcare negli Emirati Arabi dove ha aperto una succursale della sua Balich WorldWide Shows con cui a giorni curerà un paio di grandi eventi e in prospettiva potrà occuparsi anche dell’esposizione di Dubai 2020.
Risponde al cellulare da Barcellona (quattro giorni prima era a Tokyo) quest’uomo di 54 anni benissimo portati che si alza (quasi) sempre di buon umore: «La mia famiglia di supersinistra mi ha insegnato il senso della riconoscenza. Abbiamo cibo, acqua, libertà, prospettive: perché dovrei svegliarmi arrabbiato?». Uno che macina chilometri e viaggi intercontinentali e alla fine si rintana in famiglia. Su cosa sia la priorità, infatti, non ci sono dubbi: «I miei figli». Che nel corso della chiacchierata vengono chiamati di volta in volta «le mie gioie», «la mia fonte di ispirazione», «l’unica cosa che dà senso a tutto». Quattro ragazzi dagli 11 ai 15 anni, complici e critici dei progetti di papà: «Io penso che ogni mio evento debba far rivivere quelle emozioni che ciascuno di noi ha provato dai 10 ai 18 anni. Il primo bacio, la prima sera a guardare le stelle, le pazzie con gli amici... Per questo mi confronto con i miei ragazzi quando scelgo le musiche e le scenografie. Se piacciono a loro, so che possono funzionare».
La donna della mia vita
La soddisfazione più grande «è stata alle Olimpiadi di Rio quando alla fine della cerimonia di apertura hanno cominciato a messaggiare sui social per dire quanto erano orgogliosi del loro papà». Quattro figli e una vita sentimentale non proprio lineare ma con un punto fermo: «Francesca, la mamma dei miei figli, è e rimarrà sempre la donna della mia vita. Ci eravamo separati perché non ce la faceva più con un compagno sempre in giro per il mondo e quattro bambini piccoli. La capisco e le devo tutto, perché senza di lei avrei perso questo tesoro: ora ci siamo riavvicinati e siamo tornati a essere famiglia».
Balich nasce a Venezia, papà avvocato e studi di giurisprudenza mal sopportati (perché non facevano luccicare gli occhi, ovviamente). Meglio fare il band assistance, accompagnando i gruppi rock più famosi degli anni Ottanta. Quando gestisce il concerto dei Pink Floyd a Venezia, quello dell’89 e delle polemiche che fecero cadere la giunta, Balich capisce che è ora di voltare pagina: «Di fatto ero diventato un cameriere di lusso di queste band e cominciavo a deprimermi». Inizia così il periodo dei programmi tivù: «Sono riuscito a non farne neppure uno di successo e di questo mi vanto». Però aveva inventato «Contesto», dove con Emilio Tadini si parlava di cultura con un linguaggio e un approccio modernissimo per quegli anni. Roba di nicchia. Arrivano le videoclip degli artisti italiani: dalla A di Adriano (Celentano) alla Z di Zucchero. Ne produce 300 e decide che anche quella stagione è finita. «Ero inquieto perché non riuscivo ancora a esprimermi come avrei voluto e arriva la folgorazione. Vedo le Olimpiadi e capisco che quello è lo spettacolo più bello del mondo». Detto, fatto: Sochi, Torino, lo scambio della bandiera a Londra, Rio. E proprio la cerimonia di Rio ha avuto per Balich un significato particolare: aveva pensato di affrontare, oltre al tema della sostenibilità ambientale, anche quello dell’uguaglianza di genere. E per la prima volta il Comitato olimpico ha autorizzato a sfilare con la targa, oltre alle consuete belle ragazze, anche uomini e transgender.
Uno spettacolo per l’Italia
Il prossimo traguardo? «Voglio produrre uno spettacolo che racconti la bellezza dell’Italia del mondo e diventi un successo in tutti i continenti. Un po’ quello che è Phantom of the Opera per Broadway e gli spettacoli del Cirque du Soleil a Las Vegas. Qualcosa di cui il mio Paese possa andare fiero perché io sento davvero l’orgoglio di essere italiano e vorrei restituire qualcosa alla nazione che mi ha dato tutto». Con questo progetto nella testa e nel cuore, Balich intanto inizia l’avventura negli Emirati: in questi giorni ha firmato la regia di due spettacoli (il passaggio delle Special Olympics ad Abu Dhabi e la Dubai World Cup). In prospettiva c’è una collaborazione per l’Expo di Dubai 2020 che sarebbe un po’ come un ritorno al passato dopo il successo dell’Albero della Vita diventato simbolo dopo tante polemiche iniziali («e certo non mi aspettavo di finire in quel tritacarne mediatico») dell’esposizione di Milano 2015. L’azienda, insomma, va benone: «Facciamo lavorare 150 persone e più di 30 le ho assunte con il Jobs act. Fatturiamo molto all’estero perché ormai siamo considerati fra i quattro colossi mondiali del settore, insieme a un americano, a un britannico e a un australiano». Cos’ha in più un creativo italiano? «Che, soprattutto se è nato a Venezia, ha innato il senso del bello. E io concilio questo Dna con la voglia di creare stupore e innocente meraviglia».
La solitudine
Mai un momento difficile? «Tantissimi. Quando i figli ti dicono che non ci sei mai, quando la tua donna ti lascia, quando gli amici si lamentano perché in cinque anni non trovi un weekend per loro... E poi quando sei da solo nella stanza di qualche albergo lussuoso in qualche posto sperduto: è triste e sa cosa faccio in quei casi? Mi riguardo su YouTube i video girati da chi ha assistito ai miei spettacoli. Vedo che sono contenti, leggo i commenti e penso che allora anche qualche sacrificio ha senso. E poi, quale sacrificio? Io sono un privilegiato perché amo il mio lavoro».