Corriere della Sera, 31 marzo 2017
Il mistero dei soldi a Carminati. Risposte e reticenze del «Pirata»
ROMA «Ammesso e non concesso che io abbia partecipato al furto al caveau del tribunale di Roma, per il quale sono stato condannato, ho preso soldi, non documenti». Quanti? «Non ve lo dico». Al momento di rispondere alle domande dei pubblici ministeri, l’eloquenza di Massimo Carminati che i suoi avvocati Ippolita e Bruno Naso faticavano a contenere, s’interrompe. O meglio, prosegue per evitare di rispondere in maniera precisa a pochi quesiti mirati. Come quello sull’origine del denaro a sua disposizione, e il suo riutilizzo. Lasciando scoperto il lato debole della posizione dell’ex estremista nero nel processo a Mafia capitale: i rapporti economici con Salvatore Buzzi, le centinaia di migliaia di euro che il re delle cooperative rosse gli teneva al sicuro.
«Che lavoro ha fatto in cambio della metà degli utili negli appalti dell’Ente Eur?», chiede il pm Paolo Ielo. «Nessuno». Per l’accusa basta e avanza per sostenere che l’ingresso nel mondo imprenditoriale di Buzzi di un malavitoso passato dalle bande armate neofasciste alla banda della Magliana («suggerito» dall’ex camerata Riccardo Mancini, arrivato al vertice dell’Eur con la Giunta Alemanno) serviva a garantire «la forza di intimidazione e la condizione di assoggettamento e di omertà» della presunta associazione mafiosa. Capeggiata, secondo la Procura, proprio da Carminati.
Il resto sono schermaglie nelle quali «il Pirata» spiega che le teorie sul «mondo di mezzo» erano solo «chiacchiere da bar», i discorsi sulle armi «riferiti a un film visto la sera prima», certe intercettazioni di Buzzi su soldi e tangenti «cose non vere». Della Magliana aveva rapporti solo con Franco Giuseppucci, con altri famosi pregiudicati romani come Michele Senese o Ernesto Diotallevi «ci siamo conosciuti in carcere, e quando due ex galeotti s’incontrano è normale che si salutino e prendano un caffè insieme».
Per Carminati continuano a valere le regole della strada, e al pm che gli domanda quali comandamenti usino rispettare (Non dire falsa testimonianza? Non rubare? Non uccidere?) ribatte di non sconfinare nella morale, perché non è il caso. E se la prende con i carabinieri del Ros che, a suo dire, avrebbero nascosto prove a suo discarico che lui da solo è riuscito a scovare negli atti: «Io posso non rispettare le regole, loro no. Mi hanno fatto una porcata». Investigatori e pm la pensano in maniera diversa, ma Carminati insiste: «Quando la polizia mi sparò, nel 1981, io ero disarmato, ma considerai legittimo quell’episodio perché eravamo in guerra. A quanto pare, però, la guerra contro di me continua, ma non c’è problema: meglio uno solo contro tutti che tutti contro uno solo».