Corriere della Sera, 31 marzo 2017
Il Venezuela «cancella» il suo Parlamento. Pieni poteri a Maduro
«Nicolás I. Emperador de Venezuela». Il twitter tristemente ironico di José Guerra, deputato della Mesa de la Unidad Democrática (Mud), la grande alleanza che riunisce l’opposizione al presidente Maduro, ha suonato la sveglia così ieri mattina. L’ultima mossa del regime è di fatto una pietra tombale sul processo di dialogo auspicato dalla Chiesa cattolica: il Tribunale supremo ha esautorato l’Assemblea nazionale – il Parlamento in cui la Mud è maggioranza – assumendone tutti i poteri. «Le competenze parlamentari saranno esercitate direttamente da questa Corte o dall’organo che essa designerà, per garantire lo Stato di diritto», decreta la sentenza. «Un colpo di Stato», sintetizza il presidente dell’Assemblea, Julio Borges.
I giudici costituzionali restano l’arma più fedele del regime post-chavista, che li nominò in extremis subito dopo la disfatta elettorale del 2015. Hanno affossato la richiesta di referendum per la revoca di Maduro, bocciato innumerevoli leggi varate dal Parlamento e ora lasciano i deputati, spogliati dell’immunità, alla mercé della giustizia militare: Nicolás Maduro è autorizzato a chiedere la loro incriminazione, anche per terrorismo. Il detonante della sentenza è stato un appello inviato dal fronte oppositore all’Organizzazione degli Stati americani, il cui segretario ha chiesto l’espulsione del Venezuela se non saranno convocate elezioni anticipate. Al centro dell’ultimo scontro c’è però anche la gestione dell’unica ricchezza rimasta al Paese, il petrolio: i deputati avevano rivendicato il diritto ad avere l’ultima parola sulla creazione di joint ventures. Da lì alla sentenza che ha cancellato il Parlamento – con la scusa formale di un’inchiesta su tre deputati accusati per frode elettorale – il passo è stato brevissimo.
Carta bianca dunque a quella che ormai è una dittatura a tutti gli effetti. «Una sentenza storica», ha gioito Maduro, dicendosi pronto ad usare il suo «potere speciale» per «difendere le istituzioni, la pace e respingere qualsiasi aggressione». Immediata la replica del vice-presidente dell’Assemblea nazionale, Freddy Guevara: «Il nostro è un popolo che non si arrende, la ragione è dalla nostra parte – ha detto —. Ma per svegliarci dal letargo dobbiamo coinvolgere tutta la popolazione. La dittatura non otterrà mai l’obbedienza».
Dal 2016 in Venezuela vige lo stato d’emergenza. La crisi mondiale, il crollo dei prezzi del petrolio, la corruzione e la cattiva gestione delle risorse hanno messo in ginocchio il Paese: supermercati e farmacie vuote, black out, l’inflazione più alta del mondo (475% lo scorso anno). Maduro però rifiuta di lasciare il potere, almeno sino alla fine del suo mandato, nel gennaio 2019, e pure di convocare le elezioni regionali, che avrebbero dovuto realizzarsi a fine 2016. La democrazia, insomma, è nel limbo. «Abbiamo fatto liberare alcuni italiani detenuti ma non siamo riusciti a inviare medicine per la collettività— dice al Corriere il viceministro degli Esteri Mario Giro —. Tre membri o parenti del nostro staff diplomatico sono morti per carenza di medicine e impossibilità di cure rapide. C’è grande sofferenza per la nostra numerosa collettività e per le nostre imprese in Venezuela». Lo sguardo torna al Papa, che ha incontrato il presidente-padrone e tentato di aprire una breccia. «L’Italia ha attivamente sostenuto la mediazione della Santa Sede – ricorda Giro —. Siamo a disposizione per favorire una ripresa del dialogo».