Corriere della Sera, 31 marzo 2017
La scuola che non c’è
«Caro sindaco, da grande vorrei fare il sindaco: mi dici che scuola devo fare?». La letterina che Nicole, 7 anni, ha scritto al primo cittadino di Bari possiede la potenza eversiva dei messaggi controcorrente. Il pensiero dominante suggerisce che la politica è diventata il quarto d’ora del dilettante: tutti possono farla e, meno sanno farla, più ci sono possibilità che la facciano bene. Questo è lo spirito del tempo. Ma i bambini dell’età di Nicole se ne infischiano dello spirito del tempo. Procedono per intuizioni. Nicole ha intuito che la politica non è solo una missione, ma un mestiere. E, come tutti i mestieri, richiede conoscenze che si imparano con lo studio e la pratica.
Forse i politici della Prima Repubblica erano meno disonesti di quelli della cosiddetta Seconda. Di sicuro erano più competenti. Anche i ladri rubavano meglio, con più maestria: sapevano dove mettere le mani. Nessuno li rimpiange, ma i loro successori furono imprenditori, sindacalisti, professori di economia e liberi professionisti. Tutta gente convinta che la politica fosse un’attività minore, se non una perdita di tempo. I migliori l’hanno affrontata con sufficienza, i peggiori come una prosecuzione dei propri affari. Un discredito dopo l’altro, si è sprofondati nella mortificazione attuale, in cui la competenza è considerata connivenza e un politico che azzecca due verbi di fila viene guardato con sospetto, al punto che Gentiloni preferisce stare zitto per non farsi scoprire. Prima sono scomparse le scuole di partito. Poi i partiti. Ci resta Nicole, sperando che cresca, ma non troppo.