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 2017  marzo 31 Venerdì calendario

Carminati sfida i carabinieri. «La mia guerra non è finita»

ROMA La banda della Magliana, i proiettili che gli hanno portato via l’occhio, «una ferita di guerra», le regole di ingaggio rispettate con l’onore del soldato che si sente ancora in battaglia «è stato così sempre e così continuerà ad essee», il furto al caveau. Massimo Carminati torna ancora al passato per spiegare il grande equivoco del presente: un «processo latrina» che gli è stato cucito addosso, anche con prove «fabbricate ad arte», contro di lui, una figura diventata epica a causa dei giornali. Si agita, nell’aula bunker di Rebibbia: «Io la faccio da solo la guerra, non c’ho bisogno di nessuno. Fanno la fila per ammazzarmi, non c’è problema. Ma sarà dura per tutti, non finisce qui». Poi aggiunge: «Io sto al 41bis, sono un ragazzo sportivo, un delinquente, io posso fare qualunque reato. Voi, che state dall’altra parte, no, e invece avete fatto una porcheria. Voglio essere un imputato come gli altri». Ma l’eroe negativo, che si rifiuta di rispondere agli avvocati di parte civile, inciampa sul presente, sulla domanda chiave della procura. È il cuore del processo: il suo ruolo nella holding di Salvatore Buzzi e il rapporto con Riccardo Mancini, ex ad dell’ente Eur che, secondo la versione di Buzzi, gli avrebbe imposto una società col Nero per garantirgli le commesse. Carminati ammette di non avere messo un soldo e non avere svolto alcun servizio. È un punto a favore dell’accusa, anche se non è questa la ricostruzione dei pm: Mancini non è a processo, è stato scagionato, e sembra quasi che Buzzi abbia subìto il Cecato. Tra il pubblico Maurizio Boccacci, fondatore del Movimento politico occidentale e leader di Militia, siede accanto a Sergio Carminati, il fratello del Nero. 
AFFARI E ARMI
«Era in associazione in partecipazione con Buzzi. Sì o no?», chiede l’accusa. «Avevo il 50 per cento di utile», risponde Carminati. «Che attività svolgeva per avere il 50 per cento utili?». La risposta : «Nulla, non facevo nulla. Stavo nei conti della cooperativa con la mia provvista ottenuta con il lavoro per l’ente Eur». La conclusione dei pm è ovvia: «Quindi lei per non fare niente all’Eur prendeva soldi che utilizzava per finanziare l’attività con Buzzi». Non va meglio sulle armi. I fucili e le pistole di cui il Nero parlava nelle intercettazioni con il suo amico e coimputato Riccardo Brugia non sono mai state trovate. Il Ros, al momento degli arresti, cercava un arsenale scomparso. Quando gli viene chiesto se abbia mai avuto armi, risponde: «Negli anni’70 rapinavo le banche», ma rispetto alle intercettazioni la risposta del Nero è poco convincente, ricorda quella di Michele Greco, che al maxi processo diceva che era stato il film Il Padrino a rovinare la Sicilia. «Sicuramente avevamo visto un film», dice Carminati.
ACCUSA AL ROS
La falsa accusa che Carminati contesta è contenuta in uno dei capi di imputazione, riguarda le intimidazioni all’imprenditore Saccaroni. Carminati attacca: la procura e il Ros dei carabinieri, che lo pedinavano, hanno riferito di un falso incontro con una delle presunte vittime delle sue intimidazioni, Luigi Seccaroni. «Non ho mai minacciato Seccaroni, quel giorno non l’ho neppure visto; è falso e il Ros lo sapeva». Quando Tescaroli rilegge le intercettazioni, la violenza delle parole che Carminati usa contro l’imprenditore lasciano pochi margini ai dubbi. A incontrare la presunta vittima era stato Riccardo Brugia. «Noi parliamo così – replica – Saccaroni era un amico». Per il resto il Pirata nega, non ricorda, cerca le suggestioni e fa battute: «Tescaroli è cattivo come me, non guarda in faccia nessuno». 
Smentisce invece categoricamente di avere mai dato 50mila euro al consigliere comunale del Pdl Luca Gramazio (come ha sostenuto Buzzi), di aver conosciuto Giordano Tredicine, e dice che il re delle coop non ha mai dato un solo euro in nero all’ex sindaco Gianni Alemanno. «Salvatore me lo avrebbe detto, perché pensava che Alemanno fosse di destra come me, anche se per me Alemanno non lo era affatto». Agli incontri coi boss non dà peso: «Sono contento se qualcuno evade, figuriamoci se esce dalla galera». Michele Senese è solo un conoscente tornato in libertà, con Ernesto Diotallevi ha preso un caffè parlando del più e del meno. Poi chiosa «delle persone che non sono in questo processo io non parlo».
IL MONDO DI MEZZO
Letteratura e chiacchiere da bar assurte a filosofia, così il Cecato spiega l’intercettazione che ha dato il nome alla maxi inchiesta, quella sul «Mondo di mezzo». «È come se parlassimo di quello che potrebbe fare un uomo noto, quando deve andare a comprare, qualcosa di cui ha bisogno e non può fare in prima persona. C’è un intermediario che farà per lui questo tipo di attività. È il mondo di mezzo tra legalità e l’illegalità. Ma quale manifesto, ma quale progetto criminale».