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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - DAZI SULLA VESPAREPUBBLICA.ITNEW YORK – Un simbolo del ’made in Italy’ fin dagli anni della Dolce Vita, la Vespa della Piaggio può diventare uno dei primi bersagli europei del protezionismo di Donald Trump

APPUNTI PER GAZZETTA - DAZI SULLA VESPA

REPUBBLICA.IT
NEW YORK – Un simbolo del ’made in Italy’ fin dagli anni della Dolce Vita, la Vespa della Piaggio può diventare uno dei primi bersagli europei del protezionismo di Donald Trump. Lo annuncia The Wall Street Journal che anticipa la prima vera offensiva commerciale in preparazione contro l’Europa da parte dell’amministrazione Trump. Ben due simboli del made in Italy fanno parte della lista di possibili bersagli elencati dal quotidiano: oltre alla Vespa anche l’acqua minerale San Pellegrino, di proprietà della Nestlé. Poi ci sono la Perrier (anch’essa controllata da Nestlé), il Roquefort con altri formaggi francesi, il foie gras, altre moto leggere di fabbricazione europea come le svedesi Husqvarna e le austriache Ktm. Il castigo allo studio sarebbe pesante: dazi punitivi fino al 100% del valore dichiarato di quei prodotti. Di che farne raddoppiare il prezzo all’istante, per i consumatori americani, probabilmente distogliendone molti. Il protezionismo di Trump, Rampini: "Non sarà una guerra pulita" L’offensiva contro Vespa, San Pellegrino e altri prodotti europei segnerebbe una svolta per questa amministrazione, visto che finora Trump aveva rivolto le sue accuse contro il Messico o la Cina; e aveva congelato il Tpp che è il trattato con l’Asia-Pacifico. Ma l’attacco all’Europa non nasce dal nulla. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal è l’eredità di un antico contenzioso che risale ai tempi di George W. Bush, poi si era trascinato senza venire risolto durante l’amministrazione Obama. La causa originaria: il divieto europeo che colpisce l’importazione di carne di manzo americana trattata agli ormoni.

INCHIESTA - Il trattato globale che fa paura

Nel 2008 l’organizzazione del commercio mondiale (Wto) diede torto agli europei e ragione agli americani, dichiarando illegale quel divieto almeno nella sua formulazione e applicazione troppo estensiva. Nel 2009 Washington e Bruxelles raggiunsero un compromesso che in teoria doveva porre fine alle ostilità: il divieto europeo sarebbe stato applicato in modo più selettivo e mirato, in modo da ammettere, negli scaffali dei supermercati Ue, carne di manzo proveniente da allevamenti che non somministrano ormoni. L’accusa di Washington: quell’accordo non viene rispettato dagli europei. Tant’è che l’export di manzo made in Usa rimane minuscolo: l’Europa assorbe meno della metà di quanto comprano il Canada o il Messico, meno di un quarto di quel che compra il Giappone che pure è considerato protezionista.
 

L’acqua minerale Perrier, fra i prodotti a rischio

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Nel frattempo, nel 2015 il Congresso americano ha varato una nuova legge che rende più facile e spedito l’uso di dazi punitivi come strumento di rappresaglia nelle contese commerciali. E ora potrebbe essere proprio Trump a usarla. La scelta dei prodotti da colpire è anche calibrata in base al valore delle importazioni. Il Wto autorizza gli Stati Uniti a imporre dazi punitivi su importazioni del valore di 100 milioni, quindi bisogna selezionare prodotti di nicchia. Come Vespa e San Pellegrino, per l’appunto, che sono ’icone’ per una clientela dai gusti cosmopoliti. 

Si schiera contro la decisione di Trump Facebook: "Il protezionismo per noi è un mezzo disastro, sta nella missione di Facebook di rendere il mondo aperto e connesso, per tanti attori di questo settore e tante piattaforme digitali è un controsenso", ha detto Luca Colombo, country manager di Facebook Italia.

E, con chiaro riferimento alle intenzioni del presidente Usa, il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, sottolinea che "un Paese come l’Italia deve essere affezionato all’idea che la qualità non ha frontiere e che dazi, protezionismi e chiusure non possono essere barriere in grado di mettere un freno alla qualità". Il premier ha rimarcato che "se c’è qualità ci sono business, scambi commerciali, crescita e benessere per tutti. Abbiamo le carte in regola per competere in questo mercato senza essere particolarmente aggressivi nei confronti di nessuno, perché l’Italia è un Paese aperto che punta sulla qualità e sugli scambi e così facendo è capace di affermare l’essenza della propria manifattura e le sue capacità industriali e artigiane".

L’ESPRESSO
Da due anni Europa e Stati Uniti discutono in segreto del Ttip, l’accordo di libero scambio che dovrebbe creare il più grande mercato economico mondiale, liberalizzando commerci e investimenti. La promessa è quella di aumentare ricchezza e occupazione, ma sulle due sponde dell’oceano l’opposizione si fa sempre più vasta. Il timore è soprattutto quello di concedere troppo potere alle multinazionali e di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei
 
DATI DIGITALI
ADESSO è ufficiale. Fra i molti passi indietro, su tutti quello ambientale, voluti dal presidente Donald Trump, la Camera dei rappresentanti ha azzerato le tutele della privacy su internet. Il risultato è stato di 215 voti a favore e 205 contrari e ha seguito l’analogo esito già ottenuto al Senato. Di cosa si tratta? Della normativa approvata lo scorso autunno dalla Federal Communications Commission statunitense. Quella che avrebbe imposto ai provider, cioè ai fornitori di connessione (Verizon, AT&T o Comcast), di ottenere il consenso degli utenti per poter cedere alle agenzie pubblicitarie numerose informazioni sulle loro attività online fra cui la cronologia delle ricerche, la geolocalizzazione, i numeri di previdenza sociale o le applicazioni scaricate dai negozi digitali.
 
Fra le altre cose, il regolamento della Fcc prevedeva anche un rafforzamento delle difese digitali dei dati degli utenti contro gli hacker e in generale possibili furti digitali. Molti ne sono avvenuti negli anni scorsi, da Yahoo alla stessa AT&T. In realtà quelle norme non erano ancora entrate in vigore: le tutele sarebbero scattate alla fine di quest’anno. Così, se Trump firmerà - come tutti si attendono, il provvedimento è frutto della volontà della sua maggioranza repubblicana - i provider saranno in grado di tenere d’occhio in maniera stringente gli atteggiamenti, i gusti e le preferenze dei loro utenti. Acquisti, viaggi, siti consultati, carte di credito utilizzate. E, questo il punto, potranno commerciare queste importanti informazioni - personali ma in parte anche sociali e finanziarie - senza chiedere loro alcun permesso.
 
Di fatto, i colossi delle telecomunicazioni s’infilano definitivamente nella gara per la torta pubblicitaria online da 83 miliardi di dollari insieme a leader come Google e Facebook. Il fatto è che chi fornisce il servizio di connessione ha evidentemente una posizione privilegiata perfino rispetto a Big G o al colosso di Mark Zuckerberg: può sapere qualsiasi sito navigato e monitorare con precisione le attività online. Se, insomma, è piuttosto semplice scegliere siti sicuri ed evitare piattaforme dubbie sotto il profilo della riservatezza, quasi impossibile è difendersi dal controllo di chi ti porta la rete in casa o sullo smartphone. Molti statunitensi, in particolare, possono spesso scegliere in certe aree fra due soli operatori.
 
"Il voto di oggi significa una sola cosa: l’America non sarà mai sicura online dal momento che i dettagli più personali saranno segretamente sotto controllo e venduti al più magnanimo offerente" ha spiegato Jeffrey Chester, direttore esecutivo del Center for Digital Democracy. Stessa reazione di altre organizzazioni come la Electronic Frontier Foundation, che parla del rischio di essere controllati in ogni aspetto della propria vita digitale. Secondo molti osservatori e attivisti il momento è dunque arrivato: l’abolizione di queste norme costituirebbe infatti solo il primo passo verso la progressiva deregolamentazione di internet. Specialmente verso lo smantellamento della cosiddetta "net neutrality", la neutralità della rete (no a velocità differenziate e tariffe diversificate, no a oscuramenti arbitrari della rete) su cui il nuovo capo della Fcc, il repubblicano Ajit Pai, potrebbe voler tornare. Intanto, il 44enne, curiosamente designato nella commissione da Obama nel 2012, ha già spiegato che le norme relative al web dovrebbero essere di competenza di un altro organismo federale, la Federal Trade Commission. Una cosa è certa: dopo anni di confronti e restrizioni si apre uno scenario senz’altro roseo per gli internet provider. Fiumi di pubblicità e servizi diversificati li attendono dietro l’angolo.
 
Senza lo scudo predisposto dalla Fcc i fornitori di connessione potranno infatti vendere questi dati in modo diretto ad agenzie finanziarie, compagnie di marketing e in generale a società che si occupano di analizzare e sfruttare queste informazioni a fini commerciali. Senza, lo ribadiamo, che gli utenti sappiano nulla. Come se non bastasse, il provvedimento approvato dal Congresso attraverso quanto stabilito dai meccanismi previsti dal Congressional Review Act mette all’angolo la Fcc, impedendole di tornare a stabilire regole su questo stesso argomento.

COMMERCIO CON GLI AMERICANI
MILANO - Donald Trump si prepara a tirare su altri muri, questa volta commerciali, verso l’Europa e per l’Italia il rischio di andare a perdere uno dei migliori clienti fa paura. Al momento siamo solo alle ricostruzioni di intenti, ma pare che la Casa Bianca voglia agire alzando dazi ingenti contro un selezionato lotto di prodotti made in Ue, che include anche la Vespa simbolo tricolore, per vendicare la mancata apertura delle porte europee al loro manzo trattato con gli ormoni.

Siamo di fronte a una provocazione o all’inizio di una guerra commerciale? Se così fosse - e il protezionismo dilagante non lascia ben sperare - ci sarebbe poco da stare tranquilli. La posta in palio è elevatissima. I dati Bloomberg chiariscono innanzitutto che da una guerra commerciale con Washington, l’Italia ha più da perdere che da guadagnare. Se infatti esportiamo più di 40 miliardi di euro, compriamo prodotti made in Usa per una quindicina di miliardi. Questo fa dell’America il terzo partner commerciale in assoluto (dopo le vicine Germania e Francia), ma il primo per esportazioni nette, date da export-import.

Il cruscotto delle esportazioni nette italiane, visto da Bloomberg: gli Usa sono nettamente al primo posto come mercato di destinazione per il Made in Italy, seguiti da Gran Bretagna, Francia e Svizzera

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Se si guarda al solo valore delle esportazioni, la Germania diventa il primo cliente italiano seguito da Usa e Francia. Gli ultimi rilievi del Dipartimento del Commercio dicono che l’interscambio Italia-Usa è reduce da un ottavo anno consecutivo di crescita (+2,7% nel 2016): vista da Washington, la Penisola è l’undicesimo fornitore al mondo e il ventesimo cliente. Che i rapporti siano in una fase prospera è dato anche dal dettaglio che l’Italia è stata l’unica - con India e Giappone - a registrare un incremento delle esportazioni.

Il cruscotto delle esportazioni italiane, visto da Bloomberg: la Germania è prima, seguita dagli Usa come mercato di destinazione per il Made in Italy. Poi Francia, Gran Bretagna e Spagna

Condividi   I numeri sciorinati da Sace dicono che la parte del Leone dei flussi commerciali italiani verso gli States riguarda la meccanica strumentale, segmento nel quale si concentra quasi un quarto dei circa 40 miliardi di vendite stimate per il 2016. Se a questo si unisce l’analisi del Dipartimento del Commercio americano emerge che seguono a ruota: moda e accessori, mezzi di trasporto, chimica e farmaceutica, agroalimentari e bevande e via via tutti gli altri. Insomma, i grandi nomi della moda e del cibo che simboleggiano la Dolce Vita hanno da tempo conquistato gli armadi e i palati dei consumatori a stelle e strisce.

Piaggio vende circa 5000 veicoli nel Nord America, pari a circa il 2% del fatturato globale. Il titolo è in forte ribasso a Piazza Affari, anche se la società precisa che non è preoccupata in quanto i ricavi americani - nel complesso - pesano per meno del 5% del totale (ma sono tutti export, visto che non ci sono linee produttive in loco). Restando nell’ambito dei motori, basta prendere il bilancio di Brembo - uno degli alfieri del Made in Italy tecnologico nel mondo, grazie ai suoi freni, e sul quale è bene sottolineare che non ci sono "minacce" specifiche - per vedere che il 28 per cento delle vendite avviene in Nord America. Quando Trump fu eletto, Mediobanca indicò in un report le aziende che hanno i margini maggiormente esposti agli Usa, ma si tratta in molti casi di produzioni locali: Fca (all’80%) e Ferrari ovviamente dominano. Poi Luxottica, Safilo, Brunello Cucinelli, Autogrill, Campari, Amplifon solo per citare alcuni nomi noti. Ma è il silenzioso esercito di piccole e medie imprese della meccanica di precisione che potrebbe soffrire maggiormente un giro di vite agli acquisti da parte degli Stati Uniti.

Ancora l’agenzia che supporta l’internazionalizzazione delle imprese dà la misura di quanto un braccio di ferro potrebbe costarci caro: attualmente, si stima che entro i 2019 ci sia la possibilità di espandere l’export italiano di 10,8 miliardi di euro. Ovviamente, sarebbe una cifra a rischio con un improvviso congelamento dei rapporti