Libero, 30 marzo 2017
Un maestro avrebbe 800 euro in più. Il medico ci guadagnerebbe il 30%
Ottocento euro al mese in più per un maestro elementare in servizio a Milano con 25 anni di anzianità. Oltre 30mila euro l’anno in più per un medico di ospedale al lavoro a Bergamo. Uno stipendio del 30% in più per un bancario impiegato in filiali di Lodi o Brescia.
Il referendum per l’autonomia lombarda, che il governatore Roberto Maroni fisserà a ottobre insieme al collega veneto Luca Zaia, potrebbe portare con sé buste paga più pesanti per i lavoratori del Nord. Oggi la Lombardia «regala» allo Stato, e quindi alle Regioni del Sud, 53 miliardi di euro l’anno: il famoso residuo fiscale. In sostanza ogni cittadino residente nel territorio più produttivo d’Italia si vede scippare dal sistema fiscale attuale 5.511 euro l’anno da destinare alle regioni più arretrate. Con il paradosso di avere a Milano un numero minore di dipendenti pubblici rispetto al Sud ma salari tra i più bassi d’Europa.
La fotografia più nitida dell’oppressione fiscale e dei possibili vantaggi economici dell’autonomia è contenuta nel recentissimo saggio La questione lombarda (Aracne editrice) scritto da Giuseppe Valditara, professore di diritto privato romano all’Università degli Studi di Torino, direttore della rivista politico-culturale Logos ed ex senatore. «L’autonomia, unita al federalismo fiscale e a una contrattazione territoriale del lavoro, è un’esigenza irrinunciabile» sottolinea Valditara. «Oggi c’è uno spreco di risorse evidente nel Mezzogiorno, bisogna saltare l’intermediazione dello Stato e responsabilizzare il Sud. Il referendum lombardo sarà più decisivo di quello del 4 dicembre». Nel libro l’analisi degli stipendi medi lombardi, corredata dagli ultimi dati socioeconomici, è impietosa: oggi lo stipendio medio di un operaio comasco è di 1.330 euro al mese, ma in Canton Ticino il salario minimo è di 3mila euro al mese. Va ancora peggio al medico trentenne specializzando in chirurgia: in Italia guadagna 1.600 euro mensili, mentre in Svizzera con la stessa qualifica si guadagnano 6.400 franchi (5.800 euro). Il costo della vita oltreconfine sui beni di maggiore diffusione è maggiore del 30% rispetto alla Lombardia. «Ma la sproporzione dei salari è molto più grande» sottolinea Valditara.
A questo punto paradosso italiano le cose vanno meglio al Sud: un cassiere di banca milanese con 5 anni di anzianità ha uno stipendio superiore del 7,5% del collega di Ragusa, ma il costo della vita è superiore del 27,3%: per avere lo stesso potere d’acquisto dei siciliani, dovrebbe guadagnare il 37% in più. Emblematico il caso, riportato sempre ne La questione lombarda, del maestro elementare con 5 anni di anzianità: i 1.305 euro al mese di stipendio a Milano equivalgono a 1.051 euro «reali», mentre a Ragusa il basso costo della vita «gonfia» la busta paga fino a 1.549 euro.
L’autonomia può essere la svolta. «Basterebbe tenere sul territorio 5 miliardi del residuo fiscale di 53 miliardi di euro annui per cambiare radicalmente prospettiva» sottolinea l’autore del saggio. «Non dico di arrivare al modello Svizzero, ma l’autonomia potrebbe quantomeno accostarci ai valori altoatesini». In Alto Adige, grazie al contratto integrativo provinciale, un maestro elementare con 25 anni di anzianità guadagnava due anni fa 2.400 euro lorde contro i 1.600 di un insegnante lombardo. E la forbice si è ulteriormente allargata visto che nel 2016 le province autonome hanno concesso un aumento medio di 2.100 euro annuo. I medici ospedalieri di Bolzano poi guadagnano in media 110mila euro l’anno contro i 76mila euro lordi dei milanesi. E, beffa delle beffe, a pagare lo stipendio degli altoatesini sono (in minima parte) anche le tasse scippate ai lombardi in nome del principio di solidarietà. «L’autonomia deve essere unita a un vero federalismo fiscale» spiega Valditara. Meno tasse, contrattazione territoriale, stipendi più alti. «Questa ricetta agevolerebbe tutto il Meridione. Al Sud si è tentato di tutto negli anni, tranne la responsabilità. Bisogna poi coinvolgere la Conferenza Stato-Regioni, in modo che le Regioni che pagano come la Lombardia possano controllare come viene impiegata la spesa e bloccarla in caso di sprechi».
Il caso più eclatante è quello dell’Andalusia: finché dipendeva dai trasferimenti dello stato centrale, la regione spagnola era tra le più arretrate del Continente; quando dal 2001 ha ottenuto alcuni poteri dallo Stato centrale, la regione spagnola ha spiccato il volo e oggi ha un Pil procapite pari all’82% del Pil medio europeo (la Campania si ferma al 65%). C’è un altro caso italiano a supporto della tesi sulla «responsabilizzazione»: nel 2009, infatti, è cambiata la ripartizione dei fondi alle università introducendo un meccanismo che premia gli atenei in base ai risultati. Nel 2015 il 90% dei contributi sono finiti in 5 Regioni (Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia e Toscana). «Ma già nel 2016 si sono rafforzate le prestazioni delle università del Sud» sottolinea Valditara. «Hanno preso più fondi gli atenei di Napoli, Messina e Catanzaro».