La Stampa, 30 marzo 2017
Enrico e Carlo Vanzina: «Finita la scena, nostro papà Steno lo lasciava libero di continuare»
Nella vita di Enrico e Carlo Vanzina, figli di Steno, che con Totò girò 14 film, la presenza del grande interprete è stata centrale: «In Totò nostro padre vedeva un po’ di sé stesso, ma soprattutto vedeva e apprezzava l’attore che non aveva paura di far ridere».
Così, nei ricordi dei Vanzina, il padre regista e il genio della risata vanno a braccetto, uniti da giorni e giorni di set vissuti insieme, ma anche da sincera amicizia: «Totò – racconta Enrico – abitava ai Parioli, eravamo abituati a riconoscere la sua macchina, una Cadillac con le tendine. E poi ricordo i tè con i pasticcini, nella casa dove viveva con Franca Faldini, quando aveva iniziato a perdere la vista. Mi sono rimaste impresse le sue carezze sulla testa, lievissime, come se avesse paura di rompere oggetti delicati». Un «po’ di soggezione», certo, era inevitabile: «Totò era un personaggio particolare. Mio padre aveva sempre in mente la sera in cui, al Teatro Mediterraneo di Napoli, aveva ricevuto un premio dalla sua città, ma era tristissimo perché dal mondo dello spettacolo non era venuto nessuno. A festeggiarlo c’era solo Steno».
Quell’anima divisa, quella capacità di essere due e non solo uno, accompagnava Totò in ogni circostanza: «Mio fratello Carlo mi ha detto della volta in cui da piccolo andò a vedere il suo ultimo film, Capriccio all’italiana, e stava seduto in mezzo, da una parte Totò, dall’altra Pasolini, che rideva a crepapelle. Finita la proiezione, usciti in strada, Pasolini si mise a giocare a pallone con Carlo».
Invenzioni, manie, colpi di genio, rivivono nella memoria vanziniana, formando il nucleo di un’eredità affettuosa: «Papà amava il fatto che Totò non improvvisasse mai. Anzi. Diceva che era maniacale, provava e riprovava tutto». Però Steno aveva imparato una cosa: «Non dava mai lo stop appena la scena era conclusa, ma lasciava libero Totò di continuare, fino a quando la sua verve comica non si era esaurita». Amante delle donne, «in particolare del lato B», precisa Enrico Vanzina, solista per natura («con Sordi lavorò una sola volta»), Totò viveva in una sorta di sdoppiamento perenne: «Quando vedeva i suoi film, tornava a essere il Principe De Curtis e, ritrovandosi sullo schermo, si sbellicava dalle risate».