La Stampa, 30 marzo 2017
Renzo Arbore: « Antonio De Curtis spiegava che prima di recitare un attore deve avere fame»
Nessuna strada è impervia per Renzo Arbore, se prima è stata percorsa da Totò. Le vie della risata, del dolore quieto, della maschera dolente e sfrontata. Tutte, per il crooner nostrano, portano lì dove si è arrivati: alla laurea postuma honoris causa conferita all’artista dalla nuova facoltà «Discipline della Musica e dello Spettacolo. Storia e Teoria» presso l’Università di Napoli Federico II, con una cerimonia ufficiale il 5 aprile a 10 giorni dal cinquantesimo anniversario della scomparsa.
Arbore, da grande appassionato di Antonio De Curtis ha proposto per primo questa laurea alla memoria. Perché?
«Nessuno la merita più di lui. Totò ha attraversato tutti i sentieri possibili, dall’avanspettacolo alle imitazioni animalesche fino ai doppi sensi, fu puparo alla napoletana, surreale, iperreale, divenne cinema anche grazie ai film minori e curiosi».
Lei terrà la laudatio in Ateneo. Che cosa metterà al centro?
«La sto preparando e non è facile. Sembrerà strano ma vorrei parlare anche della fame».
In che senso?
«Lui confidò a Nanni Loy che un attore prima di recitare deve avere fame. Guai andare in scena a stomaco pieno. La fame, che in Totò è una maschera dolente, diventa un atto d’accusa. Purtroppo i critici d’allora non lo capirono».
Perché?
«Per faciloneria, furono condizionati dalla risata immediata dei primi film e lo liquidarono con sussiego. Non capirono che, quando era l’Imperatore di Capri, già stava facendo satira dell’esistenzialismo maledetto, allora di gran moda e che sarebbe poi tornato nel punk».
E i registi? Loro capirono?
«Bisogna distinguere. La sua arte è stata favorita da registi sbrigativi, che gli consegnavano canovacci al posto dei copioni e gli dicevano: “Principe, abbiamo sette minuti di pellicola, vedete che dovete fare”. E lui diventava autore di sé stesso, regista, compositore. Una battuta era già sketch. Il meccanismo si faceva perfetto quando aveva a fianco Peppino De Filippo, che non poteva ignorare le esche lanciate da Totò».
E i grandi registi?
«Risi, Monicelli, Pasolini, loro capirono la sua grandezza e l’assecondarono».
La fissazione per il titolo nobiliare come si spiega?
«Un vezzo sul quale non vorrei soffermarmi. Era nato alla Sanità e conservava una nobiltà d’animo alla quale nulla aggiunge lo stemma del principe di Bisanzio. Garbo e grazia anche quando bistrattava Nino Taranto e nella Livella, la sua poesia più nota, se la prendeva con il defunto Signor Marchese che mal sopportava la vicinanza di tomba di un plebeo».
La laurea da chi sarà ritirata?
«Dalla nipote Elena, la figlia di Liliana De Curtis».
I film che lei preferisce?
«Impossibile citarli. Totò ha attraversato tutte le categorie. Venticinque anni fa feci un programma, Caro Totò ti voglio presentare, e lo divisi in generazioni: Totò per piccoli, per giovani, per adulti e per anziani. Raccontava e dipingeva la Napoli che conosceva in caratteri universali. Il camorrista che taglieggia il suo personaggio e la famiglia certamente l’ha conosciuto».
E il Totò televisivo?
«Grande quando andava da Mina con la barzelletta di Pasquale che “abbuscava” e non reagiva perché voleva vedere dove l’altro andava a parare. Filosofeggiava e inviava messaggi sempre sorridendo».
Ha condizionato il suo lavoro?
«Moltissimo. Ha creato i meccanismi dell’umorismo, tutto veniva osato da Totò. È come se il jazz prescindesse dal blues».
Era un artista molto musicale?
«Oltre ad aver scritto Malafemmena e a dirigere le bande, lui riusciva a fare l’imitazione dei fuochi d’artificio con le mani, ha cantato con Anna Magnani e il suo solo incedere era musica. Aveva un talento pieno tipico di una napoletanità colta e sorridente».