La Stampa, 30 marzo 2017
India, Egitto e Sudafrica. I Paesi delle pillole low cost
Il nome della molecola è di quelli impronunciabili, nab-paclitaxel. È un farmaco high-tech che colpisce i tumori, in particolare quello al pancreas, che di solito non perdona. Dopo essere stato fermo ai box per quasi due anni nel 2015 l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, lo ha ammesso nel paradiso della rimborsabilità. Ma, per contenere la spesa ha fissato un limite di età: sopra i 75 anni la terapia non è più mutuabile. A nulla sono servite le proteste dei pazienti, perché con i listini folli imposti da big-pharma ai farmaci innovati, curare tutti oggi è un lusso che non ci possiamo permettere, né noi, né altri Paesi messi meglio.
Da oggi gli ultrasettantacinquenni potranno appellarsi alla circolare della ministra Lorenzin che li autorizza a importarli dai Paesi dove costano meno. Magari India, Egitto e Sudafrica, per citarne alcuni di quelli dove le multinazionali della pillola, sapendo che c’è poco da grattare, tarano i listini sul Pil, decisamente inferiore al nostro. E dopo averli importati potranno magari sventolare la circolare a qualche funzionario dell’Asl per ottenere anche il rimborso. Perché sarà difficile dire che il ministero autorizza ad acquistare una terapia oltre confine e poi non se ne fa economicamente carico.
Uno scenario oggi fortunatamente limitato a qualche prodotto oncologico, a pochi farmaci per malattie rare e a quelli anti-epatite C, che in tre anni saranno comunque gratuiti per tutti.
Ma domani quel via libera all’import per uso personale potrebbe diventare un’ancora di salvezza per molti.
Perché l’industria sta sfornando come non mai farmaci salvavita carissimi. Promettono di sconfiggere i tumori, mettere la museruola all’hiv, combattere demenza e Alzheimer ma con costi, spesso intorno ai 100 mila euro per un ciclo terapeutico, che minacciano di sbancare il nostro welfare o di confinarne l’uso solo ai malati più gravi.
Big-pharma li chiama “blockbuster”, come i film di cassetta. Ma qui parliamo di “pillole d’oro”, capaci di far volare da 3 a 150 miliardi di dollari il valore di un’azienda come l’americana Gilead, che ha acquistato il brevetto del “Sofosbuvir”, il primo medicinale capace di eradicare il virus dell’epatite C.
Il bello, o il problema, è che di farmaci capaci di curare quel che prima non lo era ne sono in arrivo una valanga. L’Fda, l’agenzia del farmaco americana, ne ha autorizzati recentemente 43, in attesa di sbarcare da noi con prezzi anche più alti di quelli della super-pillola anti-epatite da 80mila euro. Quasi la metà di questi medicinali è per la cura delle malattie rare. Gli altri sono contro vari tipi di tumore, l’insufficienza cardiaca, infezioni urinarie e intra-addominali gravi. I prezzi sono di migliaia di euro quando va bene. Ma per alcune terapie anti tumorali in fase finale di sperimentazione già si parla di un milione di dollari.
È chiaro che, a queste condizioni, l’accesso alle cure dovrà essere in qualche modo limitato. Per chi resta fuori la strada dell’acquisto in India o altri Paesi low cost è da oggi un’alternativa. Ma sicuramente non valida sempre e comunque. Perché le produzioni a basso costo si fanno per i medicinali a larga diffusione, come gli anti-epatite. Non per quelli destinati a forme rare di tumore o altre malattie poco diffuse.
Allora, import o non import, la via maestra è utilizzare al meglio le risorse che abbiamo. Magari investendo nei farmaci che hanno un reale valore aggiunto. E come recentemente denunciato dagli oncologi «non sempre è così».