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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

«Accuso solo chi mi accusa». Messaggi in codice del Cecato

ROMA La prima regola, la regola del silenzio, potrebbe essere quella destinata a segnare il destino di Massimo Carminati. Un tassello che la procura potrebbe usare per confermare le accuse di mafia. Alla sbarra come presunto boss della cupola romana, mentre urla di rifiutare l’immagine «da macchietta» ereditata da Romanzo criminale, il Nero il cui unico credo risale «alle regole dei fascisti degli anni ‘70», dice che lui di tangenti non vuole parlare. Sceglie il silenzio, appunto. Quando il suo avvocato, Ippolita Naso, gli chiede di spiegare cosa siano i 25 mila euro che sul libro della contabilità occulta delle cooperative di Mafia capitale escono dal suo conto e sarebbero destinati a Franco Panzironi e se c’entrino qualcosa le tangenti che il gruppo avrebbe versato per ottenere gli appalti Ama risponde secco: «Mi sono stati tolti 25mila euro, ma non ne voglio parlare né con il mio avvocato né con nessun altro. Parlerò di quelli che mi hanno accusato, non di altre persone, non voglio parlare di chi non mi ha accusato». 
Dall’altro capo della videoconferenza, collegato da Tolmezzo, Salvatore Buzzi si alza in piedi e scuote la testa, ride. Ma Carminati prosegue: «Me li hanno beccati ma non parlo, hai capito Buzzi? Buzzi ridi e stai sereno». I soldi in nero li aveva dice solo, «per evitare che li prendessero le parti civili del furto al caveau». 
Non cita chi non ha parlato, dunque, Carminati, ma se la prende, invece, con chi lo ha accusato. L’imprenditore Cristiano Guarnera, ad esempio, anche lui a processo per mafia ma che in un lungo verbale ha detto di aver capito che il gruppo puntava a sfruttarlo: «Usava il mio nome per fare affari, diceva che grazie a me era intoccabile dice Carminati Io ero disposto pure a pagare con i soldi miei pur di non metterlo in difficoltà, sto deficiente». 
«PAGAVANO SOLO FUKSAS» 
Sono così le sue prime otto ore di racconto dopo vent’anni di silenzio: un’altalena tra l’uomo coi vecchi valori dell’estrema destra, ma anche quello «che parla il linguaggio della strada» e sa farsi rispettare. Così il cecato allontana da se l’accusa di aver minacciato l’ex ad di Eur Spa, Riccardo Mancini, dopo l’arresto per le tangenti Breda Menarini: «Io non minaccio uno con cui ho vissuto certe circostanze politiche, ci conosciamo da quando avevamo 16 anni». 
Il problema di Mancini, dice Carminati, era che seguiva le direttive del sindaco: «Anche Riccardo era arrabbiato ma si piegava, l’indicazione era di pagare solo i conti della Nuvola di Fuksas». Allo stesso modo, respinge l’ipotesi di aver fatto «l’ufficiale pagatore di Finmeccanica»: «È ridicolo», risponde come ha già fatto per i rapporti con gli 007: «Non ne ho, mi ha difeso anche Minniti». 
«COME DECIDO SI FA» 
Contemporaneamente, si dipinge come chi sa fare della sua parola una regola: «Non avrei mai permesso che si discutesse di affari loschi nella sede della Piccoli passi», dice parlando dell’associazione di Lorenzo Alibrandi, il fratello minore del Nar Alessandro, al quale Carminati è legatissimo. «Quando io dico che una cosa nonsifanonsifa».Èunodeipochi punti su cui il giudice Rosaria Ianniello lo interrompe, chiede spiegazioni: «Mi sarei opposto, lo dico in senso positivo», frena lui. Forse il controesame di oggi servirà a capire se questa spiegazione convince.