la Repubblica, 30 marzo 2017
I semi salveranno la vita
Per poter parlare di futuro bisogna partire da dove tutto nasce, dalle origini. In agricoltura, l’origine di tutto è il seme, ovvero il patrimonio genetico di una specie che le consente di nascere, crescere, dare frutto e riprodursi per poi tornare, come seme, a dare nuova vita e, dunque, futuro. Se questa è la più banale delle affermazioni, come spesso succede nell’ovvietà si nasconde la trappola della superficialità e, di conseguenza, del disinteresse.
Viviamo in un momento storico in cui si parla di cibo con una frequenza e una pervasività mai vista prima. Tutti sappiamo discettare di chef, di ricette, di prodotti. E tutti, con la stessa facilità, ci dimentichiamo che cos’è che rende possibile tutto questo, ovvero l’agricoltura e le sementi.
Negli anni Settanta c’erano nel mondo oltre 7mila aziende impegnate nel comparto sementiero, nessuna delle quali aveva accesso a un mercato globale. Da allora molto è cambiato. Un processo di concentrazione industriale ha prodotto un radicale cambiamento nella produzione e distribuzione dei semi. Oggi il mercato è concentrato nelle mani di pochissime aziende. Nell’Unione Europea, ad esempio, il 75% del mercato delle sementi di mais è controllato dalle prime cinque compagnie del settore, così come il 95% di quello degli ortaggi. A livello globale, le tre principali aziende detengono il 53% del mercato, mentre le prime dieci arrivano al 75%. E spesso sono le stesse imprese che controllano fette altrettanto corpose del mercato dei pesticidi, dei fertilizzanti e dei diserbanti. Stiamo parlando di un potere immenso, che non possiamo ignorare.
Stiamo trasformando la principale risorsa per il nostro futuro in una merce qualunque. Al contrario i semi sono l’espressione di una cultura e di conoscenze che hanno radici profonde nel territorio, e si sono evoluti e adattati nei millenni in base al clima e alla cultura umana. Tra semi e comunità umane c’è un legame indissolubile e antico, un mutuo scambio che ha consentito la nascita di identità che oggi stiamo mettendo a repentaglio. Così, delle 80mila specie commestibili, oggi se ne coltivano solo 150, otto delle quali commercializzate in tutto il mondo. All’impoverimento della biodiversità delle colture agricole corrisponde un impoverimento gastronomico, che ha come risultato una dieta basata su un numero sempre più ristretto di specie e varietà coltivate. Ma non è solo qui il problema, perché la biodiversità è quella che ci consente di far fronte agli shock ambientali e biologici. Ci stiamo buttando nel vuoto senza paracadute, perché all’industria e al mercato la varietà non conviene mai.
Per ribaltare questa situazione occorre includere le sementi tra quelli che consideriamo “beni comuni”, perché i semi sono culture che non possono essere consegnate a pochi interessi commerciali. Per generare questo cambio di approccio, però, serve anche e in primo luogo la politica. Oggi gli strumenti legislativi sono troppo spesso orientati agli interessi dell’agroindustria, preparando il terreno per questa concentrazione del mercato. Basti pensare che in Italia gli agricoltori che vogliono accedere alle agevolazioni del settore non possono riprodurre i propri semi di grano duro ma sono obbligati per legge ad acquistarli certificati da ditte sementiere. È evidente che qualcosa non va e che il potere economico di queste poche grandi aziende si riflette in potere di influenzare decisioni che saremo noi cittadini a pagare e che già stiamo pagando oggi.
Alla luce di questo acquisiscono ancora più valore quelle esperienze di banche dei semi autoctoni, di scambi informali tra contadini, di reti di moltiplicatori di semi, di seed-savers che stanno nascendo tra mille difficoltà in tutto il mondo. Guardiamo a loro con ammirazione e speranza perché rappresentano esempi di resistenza e di cambiamento, e ci indicano la rotta da seguire.
I semi sono il futuro nostro, dei nostri agricoltori, della nostra gastronomia, della nostra identità e della nostra cultura. Scopriamoli, difendiamoli, usiamoli, scambiamoli e conosciamoli. Solo così potremo riappropriarci di ciò che è e deve rimanere patrimonio di tutti.