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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

I messaggi obliqui del boss Carminati

Roma Il processo Mafia Capitale comincia e finisce con Massimo Carminati. Con una deposizione di sette ore, la prima in trent’anni di carriera criminale, che deve rispondere a una domanda semplicissima, che è poi la posta in gioco del giudizio a 46 imputati cominciato un anno e mezzo fa.
Se, per dirla con Carminati, lui, il “Nero” di Romanzo Criminale, il “Samurai” di Suburra, «è Fantomas», un diabolik ante litteram, «o un cretino». Se, insomma, i tre mondi, quello di “Sopra”, di “Mezzo” e di “Sotto” siano il set del “Padrino” o di “Febbre da Cavallo”. Di una «cosa seria», o «ridicola». Un’alternativa del diavolo per uscire dalla quale la sua difesa ha immaginato un canovaccio da “Re della Mezza” (che a Roma si intende porzione). E che dunque lo vuole un po’ «Fantomas» in disarmo e un po’ «cretino», vittima dell’epica di carta e celluloide che, tra la Strada e il Palazzo, ha costruito il “mito” che lo ha reso ciò che è.
È una parte in commedia che a Carminati non appartiene, un’acrobazia che trasforma la sua deposizione in una recita spesso posticcia, a tratti persino malinconica, soprattutto quando si concede a siparietti da guitto che ai romani, e solo a loro, parla. Perché solo da loro può essere compresa fino in fondo nel suo scanzonato sarcasmo e cinismo. «Ma quale Mafia Capitale, presidente, questa è la Mafia del Benzinaro», dice. Dove il «benzinaro» è il distributore Eni di Corso Francia, ufficio in cui Carminati riceveva. Una pièce in cui lui, il protagonista, come in certo avanspettacolo, prima o poi perde la parrucca e inciampa nella battuta che lo tradisce per ciò che davvero è. Un Capo.
A cominciare dal linguaggio del corpo, dall’abito – una felpa nera North Face – che indossa nel collegamento in videoconferenza dal carcere di Parma. Dall’incipit della sua deposizione. «Io, sia chiaro, questa deposizione la sto facendo perché me l’avete chiesta voi di farla – dice all’avvocato Ippolita Naso che lo difende insieme al padre Giosué e che conduce l’esame – Fosse stato per me, non l’avrei fatta mai. Ma lo stratega non sono io. Io sono solo un vecchio fascista degli anni ’70, contento di esserlo. Perché noi, quelli della comunità degli anni ‘70, la pensavamo in un certo modo e continuiamo a pensarla allo stesso modo. Non accannare la gente in mezzo alla strada, non accannare gli amici. Sono i valori di quando eravamo ragazzi e sono i migliori che ci sono rimasti».
Un «vecchio fascista» che «non ha mai avuto rapporti con i Servizi» («Ve lo sono dovuti venire a dire il colonnello dei carabinieri Macilenti e il sottosegretario Minniti») e, a suo dire, ha un solo problema. Sbarcare il lunario. Fare quattrini in qualche modo – «naturalmente, Presidente, non con un lavoretto a stipendio…» – nascondendoli alla giustizia italiana. «Perché le parti civili del processo per il furto al caveau mi hanno chiesto 20 miliardi (di lire, ndr), che manco se vinco al Superenalotto». Che per questo si inventa imprenditore e, nel 2011, si mette insieme al “rosso” Salvatore Buzzi e alla sua cooperativa 29 giugno grazie all’aiuto che riceve dall’ex camerata «e fratello» Riccardo Mancini che, allora amministratore delegato di Eur Spa, è committente di Buzzi. E dunque ha ottimi argomenti per convincerlo a fare qualcosa di altrimenti inspiegabile. Prenderselo come socio al 50 per cento, pagandolo in nero per un lavoro che non si capisce in cosa consista. Se non, evidentemente, nella “riserva di violenza”, nel peso del mito che Carminati esercita in una città in quel momento governata dal sindaco “nero” Gianni Alemanno.
È un tipo che Carminati disprezza, Alemanno. «Uno con cui non è vero abbia mai diviso il carcere al tempo dei Nar, che se no, con uno istituzionale come lui, ci sarebbero state scaramucce. Un sola. Come tutti quelli del Mondo di Sopra. Gente che te fa’ lavora’ e poi non paga. Mica come nel Mondo di Sotto. Lì, se lavori, te pagano. Ma del resto, si sa. I politici sono sempre stati così. Se ne fregano. Uno schifo. E quando non servi più te accannano. Te scaricano. Come ha fatto Alemanno con Mancini. Un mondo all’incontrario. Perché noi del Mondo di Sotto non avremo i 10 comandamenti, ma tre sì. E quelli li rispettiamo. Mentre il Mondo di Sopra, che ne ha dieci, non ne rispetta uno».
Campione dell’etica della strada, dunque. E tuttavia pattina Massimo Carminati quando deve sciogliere il nodo della vera “ragione sociale” che lo lega a Buzzi, che definisce «amico e grande imprenditore». Non fosse altro che le cooperative sociali non figuravano esattamente nel suo curriculum di ex Nar ed ex Banda della Magliana. «Buzzi mi offrì il lavoro perché aveva interesse a mantenere buoni i rapporti con Mancini», minimizza. Perché sa bene è che in questo nodo del processo che sta la “mafiosità” del suo ruolo nella ditta con Buzzi. E, soprattutto, sa bene che Buzzi ha detto altro: «Presi Carminati, perché Mancini mi disse che altrimenti non avrei più vinto una gara con Eur spa».
Non è il solo passaggio su cui è costretto a prendere le distanze da Buzzi. Accade anche su Finmeccanica. «Salvatore dice che gli avrei riferito che avevo fatto da ufficiale pagatore delle tangenti ai partiti? Deve aver detto una parola di troppo. Figuriamoci. A me se qualcuno mi dava i soldi, me li mettevo in saccoccia». È una voce da “Capo” dal sen fuggita che la Presidente Rosanna Ianniello stigmatizza: «Ma come, non ha detto che voi del Mondo di Sotto avete delle regole?». «Ma no, era una battuta», rincula lui. Come quando deve spiegare per quale ragione, ordinando che non tollerava riunioni della 29 Giugno nei locali della cooperativa sociale “piccoli passi” di Lorenzo Alibrandi, usò parole da boss: «Io se dico che una cosa non si fa, non si fa».
Del resto, la parte in commedia gli impone questo ed altro. Come collocare i suoi rapporti con il boss di Camorra Michele Senese o Luciano Casamonica in un ingiallito passato di galere condivise. O sostenere che la katana trovata nel suo salotto di casa al momento dell’arresto, quella da “Samurai”, «serviva solo a sfilettare il tonno». «Me l’avevano regalata per prendermi per il culo. Come quando mi sfottevano per la storia del Nero di Romanzo Criminale». Non fosse altro perché raccontano che dicesse che, a 30 anni, era più bello lui di Scamarcio. «È così? Lo ha detto?», chiede la Naso. «Boh, forse. E comunque ero più bello e non ero un buffoncello di quartiere. Non lo sono mai stato». E chi vuole capire, capisca.