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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

Tutti gli uomini del presidente

Mostra l’ordine esecutivo sul clima che ha appena firmato in modo ufficiale. Regge la cartellina con la propria firma e la esibisce verso l’obiettivo del fotografo. Intorno a lui un gruppo di soli uomini. Tutti bianchi, tutti plaudenti, tutti in abiti sportivi. Farà caldo a Washington? Uno solo in giacca e cravatta. La medesima scena quando ha annunciato la rinuncia alla propria riforma sanitaria. Seduto alla sua scrivania alla Casa Bianca aveva due uomini accanto a sé, uno a destra e uno a sinistra, insieme alla bandiera stelle e strisce. Anche quando firma nel suo posto di comando, ci sono sempre uomini intorno a lui. Un messaggio evidente. Una forma di machismo? Una prova di forza? Identifica la sua personalità con l’universo maschile. Vuole comunicare questo? Senza dubbio.
Ben diversi i gruppi umani che circondavano Obama sino a qualche tempo fa alla Casa Bianca, o altrove, nelle più diverse occasioni ufficiali o no: donne, ragazzi, bambini, neri, latinoamericani. L’America multietnica.
Nelle espressioni facciali che assume Trump in queste esposizioni in pubblico, non c’è mai gioia, non traspare contentezza, non comunica qualche forma di empatia con gli astanti. Si concentra solo su se stesso, quasi assente rispetto a chi gli è accanto. Il viso è indurito, come volesse eseguire un’imitazione di Clint Eastwood. Ma il Presidente americano, nonostante l’espressione del viso, non comunica forza, decisione, risolutezza, durezza. Ci prova, ma non gli riesce. Forse per questo ha bisogno di rafforzare il proprio messaggio con la presenza della corona dei maschi bianchi. Come se la sua carica erotica, nonostante tutto, nonostante la fama di seduttore e sciupafemmine, di uomo che insidia le donne, non fosse affatto consolidata. Per nulla certa. Ben diverso è l’eros che emana da Obama. Non è solo questione d’età, bensì di postura, di gesti, di movimenti, del corpo. Trump manifesta una forma d’assenza pur nella presenza della sua persona. Sembra troppo concentrato e insieme troppo distratto. Il gruppo degli uomini che lo attorniava ieri era composto di persone di diversa età, visi anonimi, quasi figuranti. Nessuna personalità tra i presenti buca l’immagine. Sono degli Everyman, probabilmente i preferiti da Trump. Basta guardare con attenzione i visi dei suoi più stretti collaboratori. Sembra li abbia scelti con cura, evitando uomini troppo belli o appariscenti, o che comunicano una personalità propria. Nessun rivale possibile. Solo Yesman. Nessuna donna soprattutto; come se la loro presenza, se non è quella dell’accompagnatrice di turno, possa disturbare il ruolo del presidente. È come se i neri, i latinoamericani, i nativi, gli asiatici, cioè tutta la popolazione che abita il paese che dirige, fosse scomparsa di colpo. Un’America Wasp, molto conformista nello stile e nell’abbigliamento. Trump incarna in queste immagini un paese di trenta o quaranta anni fa, un paese che pare aver selezionato se stesso sulla base di una caratteristica razziale. Prova di forza o di debolezza? Entrambe le cose. Là dove circondandosi di Everyman vorrebbe invece comunicare forza – l’uomo qualunque come sostenitore – finisce invece per affermare un’intrinseca debolezza. Escludendo le donne, i neri, i latinoamericani, le varie etnie del paese, mostra la sua personalità più profonda, la stessa che appare sul suo volto assente, distratto e lontano, anche quando appare pensieroso o concentrato. Un pensiero assente? Forse. Di sicuro un’America unica e a senso unico.