Corriere della Sera, 30 marzo 2017
La rivoluzione di Tite e il genio di Neymar. Così è rinato il Brasile
Consiglio non richiesto, ma a fin di bene, all’intero Brasile: ricordarsi del 2013, quando la Seleção vinse da dominatrice la Confederations Cup, presentandosi da ben più che favorita per il Mondiale casalingo dell’anno successivo. Com’è andata a finire è piuttosto noto e di certo indimenticabile: con il 7-1 subito dalla Germania in semifinale. Lo psicodramma è durato un paio d’anni, terminando nell’unico modo possibile: una vittoria sulla Germania. Non era il Mondiale, d’accordo. Ma era pur sempre la finale dell’unico torneo che il Brasile non aveva ancora vinto, l’Olimpiade. E decisivo per portarla a casa fu un rigore di Neymar, che da quella notte al Maracanã è diventato il fuoriclasse aspettato per troppo tempo. Da allora, O Ney – 6 gol in 6 partite – ha preso per mano il Brasile: che da settembre a oggi ha vinto tutte e 8 le gare di qualificazione mondiale, diventando la prima squadra a guadagnarsi il pass per Russia 2018. E nei pericolosi panni della favorita, visti il livello e le prestazioni della rosa: dall’ex interista Philippe Coutinho (che da attaccante di destra è letale quanto lo è a sinistra nel Liverpool) alla coppia difensiva Marquinhos-Miranda, da laterali difensivi del livello di Dani Alves, Marcelo, Alex Sandro e Filipe Luis a centrocampisti ritrovati come Paulinho e Casemiro o mai persi come Willian e Fernandinho.
Ma, se chiedete a Neymar, lui risponde che il merito è di «un tipo geniale», che sta sulla panchina della Seleção. Si chiama Adenor Leonardo Bachi, ma in Brasile è noto come Tite. Soprannome che si pronuncia «Cici» e che col nome non c’entra niente. Infatti nasce per errore. Nel 1975, Adenor (detto Ade) era il numero 10 di una squadra di ragazzini impegnata contro dei pari età allora allenati da un professore di educazione fisica, tal Felipe Scolari. Il futuro c.t. del Brasile apparentemente imbattibile del 2013 volle a tutti i costi prendere quel ragazzino, convinto però che si chiamasse Tite (in realtà il compagno che giocava al suo fianco).
Del luminoso futuro da calciatore a Tite è rimasto solo il soprannome. Colpa anche dei parecchi guai alle ginocchia che lo hanno fermato a 28 anni, facendogli anticipare gli studi da allenatore. Con laurea il 4 dicembre 2011, quando riuscì a realizzare il sogno di Sócrates: «Voglio morire di domenica, col Corinthians di nuovo campione del Brasile».
Seguirono i trionfi del 2012 in Coppa Libertadores e nel Mondiale per club, ultima squadra non europea a riuscirci. E se con Tite il Corinthians vinse un altro scudetto, nel 2015, è perché il Brasile scelse Dunga, per il dopo Scolari. Lui ci rimase male: per la panchina della Seleção avrebbe interrotto l’anno sabbatico che l’aveva portato in Europa, per studiare l’Arsenal di Wenger e il Real Madrid di Ancelotti.
Tornò al Corinthians, rivinse e aspettò. Tanto non c’era bisogno di essere un tipo geniale per capire che Dunga non poteva durare dopo una disastrosa Coppa America e un pessimo inizio di girone del qualificazione, in cui il Brasile giocava un calcio orribile ma in compenso perdeva spesso e volentieri. A quasi sette mesi dal suo debutto, con il 100% di successi (e una media di tre gol segnati a partita), il 15% dei brasiliani vorrebbe Tite presidente della Repubblica. A patto che segua solo fino a un certo punto le orme di Felipão, l’uomo che gli ha cambiato la vita. E il soprannome.