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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

Piattaforme, pozzi e proteste. Il difficile addio al petrolio

RAVENNA Si può partire anche dall’esperimento pilota su due ex piattaforme nel mare di fronte a Ravenna: una diventerà un impianto di energia solare, l’altra di energia eolica. L’Eni ne ha 110 nel Mediterraneo (quasi tutte per il gas) e prima o poi arriverà il momento di smantellarle, quindi qualcuna potrebbe essere trasformata così: da fossile a rinnovabile. Un esperimento, uno dei tanti modi per imboccare la via tortuosa che dovrà condurre all’energia «low carbon», a basso contenuto di gas serra. Ed è curioso che a porsi il problema sia la stessa industria petrolifera, o almeno quella parte che si è radunata come ogni due anni dal 1993 a Ravenna per l’Offshore Mediterranean Conference. Proprio il giorno dopo due eventi di segno opposto: la «protesta dell’ulivo» contro il gasdotto Tap in Puglia e il colpo di maglio inferto dall’amministrazione Trump alla politica «green» di Obama.
Ci si potrebbe aspettare che il cuore degli uomini del petrolio e del gas batta per «realDonald», ma non è sempre così: «Non credo che le decisioni del presidente americano avranno grande impatto sulle energie rinnovabili – dice ad esempio il ceo francese di Edison, Marc Benayoun – le opinioni pubbliche hanno ormai assimilato il concetto di ambiente, le compagnie si sono impegnate, e anche la tecnologia è avanzata, tanto che oggi le rinnovabili in molte aree sono “in the money”, sono profittevoli più di altre fonti di energia. Noi andremo avanti». Addirittura, spiega il numero uno dell’Eni, Claudio Descalzi, se utilizzate per risparmiare gas e combinate con strutture già esistenti «possono dare rendimenti tra l’8 e il 12%».
È evidente che l’approccio di buona parte dell’industria petrolifera alla questione ambientale attuale sia assai pragmatico. Quasi tutti, come mostra il ceo di Dnv Gl, Remi Eriksen, sono convinti che il sogno di andare «al 100%» a rinnovabili sia di là da venire. Si potrà forse immaginare una ripartizione con petrolio e gas di 70-30 o 80-20, e comunque il petrolio continuerà ancora a lungo a dominare i trasporti. In questo scenario sarà il gas naturale (che emette circa la metà della CO2 del carbone) ad assumere «un ruolo strategico». Una manna per i molti oilman della Offshore Conference, visto che il gas sta diventando il protagonista principale dell’area mediterranea. Soprattutto nel Levante, nell’area tra Egitto, Israele, Libano e Cipro, teatro di scoperte sempre più rilevanti, come quella «gigante» di Zohr (fatta dall’Eni, che comunque non vuole scendere sotto il 50%). Il ministro del petrolio del Cairo, Tarek El Molla, non ha dubbi: per l’Egitto il gas di Zohr è un vero e proprio «game changer» e consentirà al paese (più di 90 milioni di abitanti) di diventare autosufficiente dal 2018 e di iniziare a esportare dal 2019. «Vogliamo diventare un hub regionale per il gas – prosegue El Molla – e per questo vogliamo più integrazione con gli altri Paesi e i loro giacimenti». Parole difficilmente udibili in quell’area solo pochi anni or sono, mentre per il caso Regeni il ministro egiziano ha assicurato che «la presidenza farà di tutto finché non viene risolta la vicenda». E le proteste? «Serve il consenso, su questo non c’è dubbio – è il commento di Descalzi – ma ci siamo dimenticati che il gas negli anni ‘60 ha fatto crescere il Paese senza distruggere nè paesaggi nè turismo, e Ravenna ne è una prova vivente. Oggi importiamo il 90-95% dell’energia e la paghiamo 3-4 volte in più degli altri. E se la paghiamo cara il nostro tessuto industriale muore perché non può competere, e se non può competere anche l’occupazione cala». La via dell’energia pulita e a basso prezzo, insomma, resta ancora molto complicata.