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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

Eppure resto ottimista. Intervista a Bill Gates

C he cosa rimane di Trey, il numero «tre» delle carte, come la chiamava sua nonna, grande giocatrice di bridge?

«Mi soprannominò Trey, come il tre delle carte, perché ero William III, nome che portava anche mio nonno. Di “Trey” credo mi siano rimaste la voglia di imparare cose nuove e la curiosità. In questo modo si può sperare di mantenere un approccio giovane... Vede, io ci provo. Ho sessant’anni e dunque spero di essermi liberato da alcuni comportamenti infantili. Ma in materia di curiosità, non da tutti».
È ancora curioso?
«Sì, lo sono. Mi piace imparare, amo incontrare i grandi scienziati, le persone che lavorano in ogni Paese svolgendo a God’s job, un lavoro fantastico. Mi ritengo molto fortunato, ed è davvero stimolante: in particolare quando vedo che si fanno progressi».
Signor Gates, lei ha creato migliaia, forse centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma in alcuni settori dell’opinione pubblica c’è chi ritiene che di fatto lei stia anche distruggendo molti vecchi posti di lavoro. Come pensa di rassicurare queste persone del fatto che una multinazionale globale, una fondazione globale, crei opportunità e non distrugga occupazione...
«La mia visione di base è che negli ultimi duecento, venti o cinque anni la situazione è migliorata. Nella maggior parte del mondo le donne sono trattate meglio che in passato, così come lo sono gli omosessuali, e se stai male ci sono strumenti per aiutarti. Nella battaglia contro il cancro e le malattie cardiache si sono fatti passi avanti, ed è progredito il modo in cui comunichiamo, in cui ci teniamo in contatto... Certo, per esempio ci sono meno dattilografe e dattilografi, meno persone che scrivono sotto dettatura perché oggi la gente lo può fare direttamente. Ma il numero netto di posti di lavoro nel settore dell’informazione tecnologica, dell’IT, è cresciuto in misura veramente strabiliante rispetto al giorno in cui ho preso le redini di Microsoft. Il mondo della tecnologia ha creato in contemporanea molte opportunità e molti cambiamenti, e questi ultimi possono dare fastidio alla gente, ma nell’ampliarsi di questo mercato sono nati nuovi posti di lavoro.
In un’Europa spaventata dall’immigrazione e condizionata dal populismo, non teme che l’attenzione ai Paesi poveri sia destinata a indebolirsi?
«No, non credo. I bisogni umanitari rimangono, e l’innovazione può aiutarci a risolverli. E rimangono i grandi progressi che sono stati fatti. In ogni percorso si incontrano sorprese positive e negative, ma si prosegue comunque. Questi sono temi estremamente complessi, come lo sono i rapporti tra Stati. Ma sono certo che il tipo di partnership che abbiamo avuto con l’Unione Europea e la Gran Bretagna continuerà. Certo, sarà interessante vedere come si svilupperà in futuro il rapporto di collaborazione tra la Ue e la Gran Bretagna. Ma continuerà a esserci, perché traggono benefici reciproci, in termini di commercio e di lavoro in comune, tali da non potervi rinunciare. La propaganda xenofoba dice che gli immigrati si muovono, e le malattie con loro: è uno dei temi chiave della propaganda contro l’immigrazione in Europa. Il 99% delle persone che si muovono non ha nulla a che fare con l’immigrazione. Se lei va all’aeroporto di Fiumicino e chiede a tutti i viaggiatori: «Scusate, state emigrando?», la maggior parte di loro risponderà negativamente. La realtà è che il mondo è più connesso e accessibile oggi di quanto sia mai stato; che questo ha a che fare più con il commercio e con le vacanze che con le migrazioni, che rappresentano una porzione infinitesimale del movimento degli esseri umani nel loro complesso.
I suoi estimatori e perfino chi è critico verso di lei la dipingono come una sorta di imperatore dell’era digitale, e ora come un leader della filantropia. È una descrizione che la convince? Corrisponde a quello che lei pensa di sé?
«Be’, certamente non la parola “imperatore”. Io di sicuro sono stato fortunato a partecipare a una rivoluzione digitale alla quale Microsoft ha contribuito in modo sostanziale, insieme a molte altre aziende, comprese Apple e Google. C’è stata un’enorme competizione, nel miracolo del software che ha influito molto sulla vita delle persone, e in positivo.
Io ho amato quel tipo di lavoro, così come adesso amo ciò che sto facendo. Mi ritengo fortunato dal punto di vista di quanto riesco a realizzare, su questo sono d’accordo. Ma non penso di comandare».