Corriere della Sera, 30 marzo 2017
Carminati, l’orgoglio del passato fascista. «Processo ridicolo Voglio bene a Buzzi»
ROMA «Io sono un vecchio fascista degli anni Settanta, e sono contento di essere così… Non voglio dire di essere una mammoletta, ma non c’entro niente con Romanzo criminale, il Samurai e tutte quelle puttanate…». Nell’inedito ruolo di imputato che accetta di rispondere alle domande di avvocati e giudici («ma solo perché i miei difensori hanno tanto insistito, io non volevo»), Massimo Carminati rivendica il suo passato e legge il presente alla luce dei legami di un tempo. I rapporti che da oltre due anni lo tengono al «carcere duro» con l’accusa di associazione mafiosa, nella sua versione risalgono a una militanza comune divenuta amicizia inossidabile; tutto il resto è venuto di conseguenza, compreso lo strano connubio con Salvatore Buzzi, che ha un trascorso politico opposto.
Nel 2011, terminato il periodo di restrizioni dopo l’ultima condanna, per trovare lavoro Carminati si rivolse al vecchio camerata Riccardo Mancini, salito al vertice dell’Ente Eur con la giunta capitolina guidata da Gianni Alemanno: «Ci conosciamo da ragazzini, rischiavamo la vita per la politica e abbiamo visto morire tanti amici; poi abbiamo preso strade diverse ma il nostro rapporto è rimasto legato a quel serbatoio di vita vissuta». Mancini gli presentò Buzzi che già prendeva appalti dall’Eur: «Scoprii una persona di altissimo valore, molto più di tanti imprenditori romani, gli voglio molto bene».
Anziché entrare in società con lui, però, Carminati gli propose di dividere a metà gli utili negli affari condotti insieme, e Buzzi fu d’accordo. Da quel momento, per l’ex estremista nero il principe delle cooperative rosse divenne una sorta di banca; presso la sua impresa custodiva i propri soldi per nasconderli alle richieste di risarcimento delle vittime del furto al caveau del tribunale di Roma: «Volevano da me 20 miliardi di lire, fatturare regolarmente avrebbe significato lavorare per loro, ma che siamo matti?».
Sono i problemi di un personaggio passato dalla criminalità politica alla criminalità comune, che non nega di aver vissuto nel sottobosco della malavita né le conoscenze con boss e gregari («con alcuni ho fatto la galera e sono diventati amici, sono stato dentro 14 o 15 anni») ma respinge anche solo l’ipotesi di aver avuto relazioni opache con forze dell’ordine o servizi segreti: «Per uno come me è un’offesa».
Nel «mondo di sotto» al quale quasi si onora di appartenere, spiega Carminati, «ci sono pochi comandamenti, magari solo tre, ma si rispettano; le anime belle che stanno sopra ne hanno dieci ma non li rispettano. Solo lì ti chiedono di fare un lavoro e non ti pagano. È un mondo di sòla e truffatori, come quelli del Comune di Roma. Alemanno è uno di loro, lui non dava i soldi a Mancini che quindi non poteva pagare noi, se lo avessi conosciuto gli avrei sfondato la porta dell’ufficio a calci».
Invece Alemanno apparteneva a un’altra destra romana degli anni Settanta, quella missina e istituzionale, «nemmeno in carcere l’hanno messo con noi, altrimenti sarebbe derivata qualche brutta scaramuccia…». Il potere intimidatorio della presunta associazione mafiosa, secondo l’accusa, passa proprio dalla caratura criminale di Carminati che ne sarebbe il capo. A partire dalla vicenda dell’Ente Eur, quando Mancini lo «consiglia» a Buzzi e quello accetta. Perché proprio l’ex camerata sarebbe intervenuto per sbloccare i pagamenti dovuti. Ma lui nega: «Io non ho minacciato nessuno, e tantomeno Mancini che mi aveva fatto un favore e che mi avrebbe menato, visto che pesa 200 chili e io 70….». Una notazione di colore che il Pirata (unico soprannome riconosciuto, niente «Nero» né «Cecato») infila nella deposizione difensiva. Chissà se risulterà convincente per il tribunale, come altre espressioni colorite, le valutazioni a margine delle imputazioni e la volontà di contenere le risposte al minimo indispensabile: «Non voglio collaborare né tirare in ballo nessuno, già troppi sono finiti nei guai perche mi conoscevano; senza di me questo processo sarebbe una cosa ridicola».
Tuttavia qualche contraddizione con Buzzi, che a differenza sua ha parlato moltissimo, affiora. Per esempio sulle tangenti che Carminati avrebbe pagato a Finmeccanica: «Non è vero, gli ho solo detto che forse l’indagine su di me riguardava quell’ambiente». Lui s’era accorto dei carabinieri che lo seguivano «perché dopo che la polizia mi ha sparato, a 23 anni, ho perso un occhio, ma con l’altro ci vedo bene». E quando in un «fuori onda» della videoconferenza si lascia sfuggire che se dovesse rispondere su tutto dovrebbe ricorrere a qualche bugia, il suo avvocato Ippolita Naso interviene: «Oggi però non ne ha dette». Risposta: «Oggi no… pochissime… tanto il presidente del tribunale se ne accorge subito».