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 2017  marzo 30 Giovedì calendario

Che cosa cambia?



Con gli impegni già presi il conto sale a 60 miliardi
Il contenzioso più difficile rischia di essere quello sul «conto» del divorzio. Bruxelles vorrebbe che Londra pagasse un biglietto di uscita di 60 miliardi di euro: secondo gli euroburocrati, a tanto ammontano gli impegni già presi dalla Gran Bretagna e già messi a bilancio dall’Unione. Si tratta soprattutto di garantire i contributi alle pensioni del personale comunitario, oltre che finanziamenti a progetti già approvati. La cifra è stata accolta dagli inglesi con incredulità, se non derisione. L’altra sera alla Bbc il ministro per la Brexit, David Davis, ha detto che non sarà certo quella la cifra che passerà di mano. E un rapporto dei Lord ha sostenuto che Londra non sarebbe obbligata a pagare nulla. Il vero problema è che la questione è politicamente tossica in Gran Bretagna: la premier Theresa May rischierebbe di essere crocifissa dall’ala euroscettica del suo stesso partito se si mostrasse troppo arrendevole. E non c’è da dubitare la da quale parte penderebbe l’opinione pubblica. La questione dei soldi rischia di far deragliare il negoziato già all’inizio.

Protetti gli «espatriati» Niente tetto ai nuovi arrivi
C’è poi la questione dei diritti dei tre milioni di cittadini comunitari che già vivono nel Regno Unito (e del milione di britannici che risiedono in Europa). Londra aveva sempre detto che era pronta a riconoscere i diritti acquisiti, ma su una base di reciprocità: il che aveva fatto temere che si volessero usare gli europei come pedina di scambio. Ora i portavoce di Downing Street insistono che la ricerca di una soluzione è una delle priorità immediate, da risolvere all’inizio dei negoziati. E che durante i due anni della procedura di divorzio non cambierà assolutamente nulla. Anche l’idea di considerare la data di ieri come lo spartiacque dopo il quale nulla è più garantito sembra di fatto accantonata. Perfino sui livelli di immigrazione gli inglesi sembrano più flessibili: il governo di Londra non imporrebbe un tetto all’immigrazione europea, ma si regolerebbe sulla base delle necessità dell’economia. Una soluzione al problema degli espatriati potrebbe essere un gesto di buona volontà iniziale

Ipotesi di colloqui paralleli su divorzio e relazioni future
Un punto di contrasto in apparenza tecnico ma in realtà sostanziale riguarda la tempistica delle trattative. Bruxelles vorrebbe prima risolvere tutte le questioni legate all’uscita della Gran Bretagna (la Brexit vera e propria) e poi passare a discutere i futuri rapporti fra Londra e l’Unione Europea. Gli inglesi insistono invece che i due negoziati devono procedere in parallelo, e che nulla potrà considerarsi concordato finché tutto non sarà concordato. Londra vuole in questo modo arrivare al termine dei due anni della procedura di divorzio già con una cornice chiara della futura relazione, anche se magari preceduta da un periodo di transizione. Gli europei ritengono praticamente impossibile concludere accordi di tale portata in soli 18 mesi (anche perché poi bisognerà lasciare spazio alle ratifiche da parte dei parlamenti nazionali). Se non si arriverà rapidamente a un compromesso su questo nodo procedurale, tutta la trattiva rischia di non partire neppure.

«Passaporto» per le banche La City rischia di svuotarsi
L’ incertezza non fa mai bene al business. Cosa accadrà nel settore del credito, del risparmio gestito e delle assicurazioni sarà definito solo a valle del divorzio tra Londra e Bruxelles. Ora banche e intermediari autorizzati in uno Stato membro dell’Unione possono offrire liberamente, in virtù del mercato unico, i propri servizi negli altri Paesi Ue grazie al cosiddetto «passaporto». Con l’uscita di Londra dalla Ue, le banche e gli intermediari che operano nella City perderanno il «passaporto» e potenzialmente anche l’accesso al mercato unico? In attesa di capire, «stiamo assistendo a un graduale spostamento del baricentro finanziario verso l’Europa continentale – spiega Lucio Bonavitacola, responsabile del dipartimento Regolamentazione finanziaria di Clifford Chance Italia —. I grandi gruppi si portano avanti per costituirsi una piattaforma da dove operare eventualmente usando Londra come serbatoio di mezzi e uomini per operazioni fatte in piazze finanziarie del Continente. La City non si vuota e continua a fare da sponda».

Il rischio di altre imposte e la concorrenza fiscale
Il trade, per dirla all’inglese, sarà uno dei temi centrali del negoziato perché la circolazione delle merci è una delle quattro libertà fondamentali alla base della Ue, insieme a quella delle persone, dei servizi e della circolazione dei capitali. Theresa May aveva spiegato che Londra uscirà dal mercato unico pur volendovi «accedere attraverso un accordo di libero commercio coraggioso, ambizioso e a tutto campo». Anche qui, per i dettagli bisognerà aspettare se passa la linea Ue di definire prima i principi su cui si baseranno i negoziati. Ma è chiaro che la Gran Bretagna, ponendosi come Paese terzo, punterà ad avere le mani il più possibile libere. «Le imposte sui commerci e i tributi doganali sono una partita tutta da giocare – osserva Carlo Galli, responsabile fiscale di Clifford Chance Italia —. La capacità di attrazione per il business britannico resta però alta perché Londra continua a mandare un messaggio rassicurante, e poi ha dalla sua un regime fiscale e un ambiente favorevole al business. Un esempio? Per norma interna non applica ritenute sui dividendi in uscita».

La tutela dei cittadini Ue Il ruolo della Corte di giustizia
Davanti a tutto ci sono gli interessi dei cittadini europei da tutelare. Questa è la posizione di Bruxelles emersa sia dalle parole del presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, sia da quelle del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani e del coordinatore del Parlamento Ue per la Brexit, Guy Verhofstadt, ieri davanti alla stampa. Cosa vuol dire? Per la Ue è chiaro che la Gran Bretagna resterà membro a tutti gli effetti sino alla fine del negoziato con tutti i diritti e tutti gli impegni. Inclusa la clausola di non discriminazione dei cittadini Ue, l’obbligo per Londra di ottemperare agli impegni finanziari già assunti, il divieto di avviare accordi separati con singoli Stati membri prima della fine del negoziato (come ribadito ieri anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel). La Corte di giustizia europea dovrebbe essere l’organo competente all’interpretazione dell’accordo. Un punto questo per niente scontato perché per i più strenui sostenitori del «leave», lasciare l’Ue significa anche non dover avere più niente a che fare con le istituzioni europee.